Santa Do Pau Oco, veduta della mostra, Museo Madre, Napoli, 2026, ph. Alessio Belloni
Un viaggio nel segno di tre astri, che ruotano e intrecciano i movimenti e le luci emesse, disegnando, nel loro incontro, campi di esistenza e resistenza: Clarissa Baldassarri (Civitanova, 1994), Maria Luce Cacciaguerra (Palermo, 1997) e Anna Maria Maiolino (Scalea, 1942) sono le artiste che abitano le sale del Museo Madre di Napoli in Santa Do Pau Oco, a cura di Gabriella Rebello Kolandra, in mostra ancora fino al 25 maggio 2026. Tre visuali e tre angolature, rispetto alcune soglie attraversabili, ordinate come i luminosi nodi della Cintura di Orione, dove uno poggia ora sul ventre del linguaggio, ora sulla percezione, e insieme muovono e rigenerano, nel loro accordarsi, le forme stesse dei confini, di cosa ora è “qui” e non più in un celato altrove; l’oltrepassare è preceduto dall’incontro diretto con le profondità, che affiorano all’orlo delle superfici.
Operazioni — senz’altro da considerare in una doppia accezione — che fendono le membrane del senso e condividono un’attitudine a osservare il linguaggio come un sistema in cui la superficie è sempre, in qualche misura, una forma di inganno necessario. È il titolo scelto per la mostra — Santa do pau oco — a prescrivere una condizione che non sempre può rivelarsi, che può restare nel produttivo gioco dell’ambiguità e destituire ogni certezza. L’espressione santo do pau oco, “Santo di legno cavo”, in origine designava le statue sacre svuotate per occultare l’oro di contrabbando nel periodo coloniale portoghese. Il vuoto diventa così la struttura portante di ciò che resiste, che cela possibilità impensabili, all’opposto, come le miserevoli icone di paupertas segretamente rigonfie di ricchezza. Un’espressione, quella utilizzata da Gabriella Rebello Kolandra, dopo averla declinata al femminile in “Santa”, che è entrata nell’uso popolare per descrivere proprio inimmaginabili verità, nascoste da un’apparenza irreprensibile.
Percepire, abitare, ascoltare, tutto a delle condizioni. In mostra, lo sguardo è da posare come sul filo di una lama di vetro per potersi aprire a visioni possibili altrimenti remote, come nei limpidi precipizi di Clarissa Baldassarri nella serie Dalla parola (da generazione in generazione) (2023). Si dichiarano, così, vitali sfocature, che sciolgono e mescolano i contorni; che rivelano doppie nature o, quantomeno, il conforto di una singolarità dispiegata, aperta agli occhi aperti, e apparentemente sincera. Ogni angolo di osservazione poggia su orizzonti che oscillano a un volume sempre differente, dalla sommità dei passaggi del museo agli angoli più bassi delle pareti nelle proposizioni di Maria Luce Cacciaguerra dei wall writing Operazioni di niente – Benedizione della casa I, Benedizione della casa II, Placito museale (2026).
Allo stesso modo, in Sipari (2024) di Clarissa Baldassarri, altri orizzonti affondano verso il centro dello spazio come vele intrise di colore caustico, dove pure il “nulla” che si frappone tra le onde può combinarsi e rivelare, come un antico enigma, un paesaggio denso di vuoti e infinite continuità.
In Trompe-l’oeil (2026) di Clarissa Baldassarri il museo stesso è perforato da uno sguardo senza corpo. Aniridico eppure poetico guarda instancabilmente al tessuto della città, alle sue tinte, e senza affanno espira parole tra le mura, dona le tracce di ciò che è fuori, in un’endiadi incessante che annoda, ancora una volta, l’altrove, la soglia e l’adiacente. Mentre osserva «Il preludio di una sera che lentamente prenderà il sopravvento», questa AI si manifesta sul profondo blu di uno schermo, tempestato di parole che permettono di attraversare con la mente due luoghi e uno stesso istante.
La simultaneità — l’intimo essere di ogni cosa come tutte le altre cose, come recita il tema della prima edizione del Premio Meridiana curato da Mario Francesco Simeone, attraverso cui il progetto di Gabriella Rebello Kolandro è stato selezionato — attraversa tutti i percorsi in mostra; anche nella dimensione gestuale che Anna Maria Maiolino imprime nella coesistenza tangibile di Sou um em Oito (2012): due sculture in ceramica raku, di cromie opposte che abitano ancora il negativo delle proprie matrici, offrendo la persistenza di momenti e forme tradizionalmente separate.
Oppure, come in Three of (2026) di Baldassarri, un’installazione audio a tre canali pensata per questo luogo e derivata da un interesse dell’artista a indagare la glossolalia, dove il suono è distribuito opaco nello spazio, indefinibile se non sfiorato attraverso una precisa prossimità dell’ascolto, che pure rivela, ai più, un’ulteriore incognita linguistica.
E fatalmente simultanea è soprattutto l’installazione che Anna Maria Maiolino presenta in apertura alla mostra, Twice: X & Y, (1972 – 2022), una proiezione a doppio canale, di due lavori concepiti inizialmente come individuali, realizzati nel picco più violento della dittatura militare in Brasile, dove l’artista è emigrata da giovane.
Così le superfici si sovrappongono ancora, condividono il profilo di alcuni margini e ne lasciano altri scoperti nell’essere contemporaneamente in quelle immagini: donna, moglie, figlia, immigrata, artista. Sono così anche le anime e i loro segni che condividono la pienezza apparente dell’esistenza ma al contempo i vuoti più profondi, trovando nella sincronia la più luminosa verità.
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