Allestimento Palazzo Reale Metafisica Metafisiche. Ph. Lorenzo Palmieri
Metafisica/Metafisiche è un romanzo visivo articolato in capitoli, una narrazione ricca di indizi e colpi di scena, un invito ad abbandonarsi alla scoperta come flâneurs 一 non foss’altro che a differenza dell’ozioso girovago ottocentesco, il visitatore di Palazzo Reale si troverà a vagare, come in un sogno, tra le misteriose arcate delle piazze di de Chirico, le prospettive incongruenti di Carrà, gli interni stranianti di Savinio e le visioni metafisiche di tutti i loro seguaci. Grazie a una selezione di più di 400 opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, modelli architettonici, illustrazioni, riviste, video e molto altro, la mostra racconta non solo le origini del movimento storico ma anche il suo lascito, quello che il curatore Vincenzo Trione definisce il “lessico familiare” tramandato ad artisti e creativi, epigoni della Metafisica, tra i quali emergono René Magritte, Andy Warhol, Jannis Kounellis, Francesco Vezzoli ma anche Aldo Rossi, Gio Ponti, Gabriele Basilico, i Pink Floyd, Tim Burton e molti altri.
In principio era de Chirico e la sua grande intuizione, cui è dedicata la prima porzione espositiva. È il 1915 quando il pittore dà forma per la prima volta a un’idea sorta già cinque anni prima e la chiama Metafisica. Un movimento che parla di defunzionalizzazione e depotenziamento semantico dell’oggetto quotidiano, della volontà di accompagnare il concreto nel regno dell’astratto mediante l’arte della composizione geometrica, che intende indagare gli anfratti più insondabili del reale per mezzo di una pittura rigorosa ma enigmatica, sospesa tra memoria, mitologia e classicità. Gli iconici biscotti ferraresi richiamano l’attenzione del visitatore, complementari e stridenti rispetto al fondo blu, immobili. Non ci è dato sapere quale arcana fonte di inquietudine rappresentino ma sappiamo 一 sentiamo 一 che questi innocui pasticcini contribuiscono alla creazione di quel denso silenzio che è la quintessenza della Metafisica: quello meditativo, cauto, angosciato, collocato al polo opposto rispetto all’entusiasmo vibrante, interventista e urlato dei coevi Futuristi.
La mostra prosegue introducendo i primi adepti: il già futurista Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Alberto Savinio, fratello di de Chirico, e Giorgio Morandi. Nel 1916 si incontrano tutti presso l’ospedale psichiatrico Villa del Seminario a Ferrara, dove le linee guida del movimento prendono forma a partire da sensibilità divergenti, seppur accomunate da un rifiuto del mito del progresso. Lungi dal costituire un gruppo compatto, i giovani pittori costituiscono una piccola galassia che, pur soggetta a forti spinte centripete, si riconosce nella volontà di dare voce all’inquietudine del proprio tempo. Lo raccontano con chiarezza l’interno domestico di Alberto Savinio (Senza Titolo, 1926), invaso da un’imbarcazione mercantile o la Natura morta occidentale (1919) dell’allora ventitreenne De Pisis, dove la tecnica del collage interferisce con il soggetto principale aprendo uno squarcio su un mondo altro, abitato da uccelli in volo, vele e tiranti di ponti sospesi a mezz’aria. Questa stessa tensione, già affiorata nelle sue prime opere, raggiungerà presto anche il bolognese Morandi colonizzandone le iconiche nature morte.
La narrazione si apre poi a una deviazione inattesa, un cambio di passo che mette in discussione il primato rassicurante della pittura e di una Metafisica purista, confinata entro i soli limiti della tela. L’esclusività del mezzo si rivela per quello che è: una costruzione teorica più che una pratica reale e gli artisti Metafisici si dedicano, come racconta il curatore, anche alla sperimentazione di linguaggi e materiali altri. Emblematico in questo senso è il teatro, uno spazio naturalmente vocato alla finzione e allo slittamento identitario, che ben si presta alle sperimentazioni Metafisiche, siano esse legate alle scenografie o ai costumi. Questi ultimi, realizzati da Carrà, De Chirico e Savinio in numerose occasioni, traducono l’enigma Metafisico in forme indossabili, dando vita al cortocircuito tra lo stilema del manichino, del corpo e dell’abito. Il tutto ambientato nella scena teatrale, un’estensione tridimensionale della piazza Metafisica, un luogo della mente nel quale l’immagine non illustra ma inquieta, non racconta ma suggerisce.
Lo sguardo si allarga poi a una costellazione di presenze che, pur non appartenendo al nucleo originario del Movimento, ne hanno assorbito e rielaborato il vocabolario e soprattutto le tensioni più profonde. Presenti illustri sono gli italiani Mario Sironi e Felice Casorati, che ibridano l’eredità Metafisica con prospettive personali. Accanto a loro emergono nomi quali Salvador Dalì e René Magritte ma anche, seppur con opere di piccolo formato, due sparute presenze femminili 一 sfortunatamente rare lungo il percorso espositivo: Bice Lazzari, con una natura morta Senza titolo (1930-1939) abitata dalla presenza enigmatica di un ritratto nebuloso accostato a strumenti da disegno e geometrie astratte e l’italo-argentina Leonor Fini, già protagonista di un recente racconto monografico presso Palazzo Reale, che riporta su tela una composizione di deliziose quanto stranianti decorazioni natalizie.
Il percorso espositivo a questo punto abbandona la Metafisica quale movimento riconoscibile per lasciar spazio alla sua postura dello sguardo e alla sua attitudine mentale, due costanti capaci di riaffiorare come fiumi carsici in pensieri, correnti ed espressività successive. Il secondo Novecento è infatti attraversato da numerosi riferimenti Metafisici: dalla Pop Art alla Scuola di Piazza del Popolo, dalla Transavanguardia al Concettualismo fino all’Arte Povera. Mutati i linguaggi e i contesti storici, ci dice Trione, resta riconoscibile quel “lessico familiare” già evocato: l’oggetto quotidiano privato della propria funzione originaria, lo spazio sospeso, la convivenza di citazioni auliche e fonti illustri con l’oggetto quotidiano, l’immediatezza apparente dell’immagine dietro alla quale si cela una profonda ambiguità concettuale. Ed ecco apparire Andy Warhol con i suoi tributi “After De Chirico” ma anche la tela interrogativa di Emilio Tadini, per poi passare alla gravitas di Fabio Mauri, alla purezza di Ettore Spalletti e allo sguardo più recente di Marcello Maloberti, tra gli altri.
A questo punto il percorso espositivo ci introduce a una riflessione decisiva sul rapporto tra Metafisica e architettura, tornando ancora una volta laddove tutto sembra aver avuto origine: nelle Piazze d’Italia dechirichiane. Spazi deserti scanditi da arcate, torri, logge e presenze umane immobili, dove la prospettiva rinascimentale siede al tavolo ma appare falsata e anziché rassicurare l’occhio genera disagio e spaesamento. Questi dispositivi mentali sospesi tra memoria classica e straniamento moderno rappresentano terreno fertile per gli architetti sopravvissuti alla Grande Guerra come il Razionalista Luigi Figini, affacciatosi alla prospettiva di un ritorno all’ordine, una tradizione rinnovata mediante l’impegno di forme antiche, riconoscibili e condivise. La “città nuova ma pronta da secoli” di Massimo Bontempelli e quella “fatta per accogliere il pensiero” di Italo Calvino risuonano ben oltre l’esperienza storica del Movimento e riaffiora con forza anche nel secondo dopoguerra, in particolare nel lavoro di Aldo Rossi, con il suo ritorno all’archetipo architettonico 一 la casa, il monumento, il teatro, la torre 一 fondato su un vero e proprio alfabeto Metafisico fatto di forme elementari ma dense di memoria. Basti pensare al Teatro del Mondo, l’installazione galleggiante presentata da Rossi alla Prima Biennale d’Architettura di Venezia, tenutasi nel 1980 e intitolata non a caso La Presenza del Passato. Negli anni Ottanta, infine, questo patrimonio iconografico riaffiora con il citazionismo postmoderno, nel quale la Metafisica si presta quale archivio di immagini e simboli da ricombinare, come indizi di un ordine possibile, evocato e immediatamente rimesso in discussione.
Complice del racconto di molti di questi capitoli è la fotografia, musa rinnegata e stigmatizzata dai Metafisici Savinio e De Chirico che tuttavia non ha mai mancato di ispirarsi ai loro dettami. Un capitolo della mostra lo testimonia grazie ai contributi di Man Ray, Irving Penn, Henri Cartier-Bresson, Ugo Mulas per quanto riguarda i ritratti, ma anche Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Luigi Ghirri, che con la propria sensibilità sono stati in grado di coglierne le particolari atmosfere trascendentali.
Il percorso si avvia alla conclusione aprendosi a una pluralità di linguaggi che sancisce definitivamente il passaggio dalla Metafisica storica alle molte Metafisiche possibili. Teatro, cinema, design, fumetto e musica entrano nel racconto non come semplici ambiti di applicazione ma come territori nei quali l’immaginario Metafisico ha trovato nuove forme di sopravvivenza e trasformazione. È qui che il movimento mostra con maggiore evidenza la propria natura narrativa, la capacità di generare non solo immagini ma mondi, non solo stili ma atmosfere. La scena teatrale e lo spazio filmico assorbono la capacità di rappresentare luoghi mentali fatti di sospensioni, silenzi e città vuote; design e fumetto assorbono l’ambiguità dell’oggetto e la frammentazione narrativa; la musica raccoglie l’eredità delle prime sperimentazioni strumentali di Savinio e i contributi per opere liriche e balletti e si traduce soprattutto nei generi come la musica psichedelica, il rock progressivo, la new wave e la musica elettronica, che omaggiano i maestri della Metafisica con copertine sinestetiche di gruppi globalmente noti come Pink Floyd, Genesis, New Order e molti altri. In questo intreccio di linguaggi si colloca anche l’opera trompe l’oeil di Francesco Vezzoli Metafisica da palazzo (2026), realizzata dall’artista in occasione di questa mostra con l’obiettivo di accompagnare il visitatore in un’esperienza immersiva con la quale connettere, con ambizione circolare, le origini al presente e il presente alle origini.
Metafisica/Metafisiche si chiude così come si era aperta: non con una conclusione definitiva ma con un rilancio. Il percorso dimostra che la Metafisica non è mai davvero venuta meno ma è riemersa ogni volta che l’arte ha avvertito l’urgenza di rallentare lo sguardo, interrogare il reale e rendere estraneo ciò che si credeva essere familiare. La sua persistenza non risiede tanto in uno stile riconoscibile quanto in una modalità narrativa e percettiva capace di attraversare linguaggi, epoche e immaginari, rigenerandosi nel dialogo costante tra origine e contemporaneità.
In questo senso, la grande collettiva si pone anche come dispositivo culturale più ampio, alfiere di una stagione densa di iniziative promosse dal Ministero della Cultura e dal Comune di Milano in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026. Tentacolare e volutamente sovrabbondante, la Metafisica/Metafisiche si espande oltre Palazzo Reale, articolandosi in tre spazi più uno: Museo del Novecento con il progetto Metafisica e Milano, Gallerie d’Italia con l’omaggio di Gianni Berengo Gardin a Morandi e Grande Brera–Palazzo Citterio con l’inedita installazione di William Kentridge dedicata allo stesso artista. Un sistema di rimandi e rifrazioni che trasforma la città in una costellazione Metafisica diffusa, dove il passato continua a interrogare il presente e, ancora una volta, a renderlo enigmatico.
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