Mario Merz. Qualcosa che toglie il peso, veduta della mostra, In primo piano: Senza titolo (Foglie d’oro), 1997, Struttura metallica, rete in nylon, paraffina, foglia d’pro, foglie, Courtesy Fondazione Merz
Il punto di partenza della mostra è uno dei più eleganti igloo di Mario Merz, Senza titolo (foglie d’oro), datato 1997. Rivestito di materiale semplice ma decorato con foglie d’oro, risplende al centro della sala luminosa emanando riflessi aurei. Intorno all’installazione si libera una serie di opere allestite sulle pareti, alcune di queste inedite. Serve alzare gli occhi al cielo, in un gesto di leggerezza, per osservare tutti i lavori della sala, tecniche miste, inchiostri e pastelli su carta.
Il fulcro della mostra è la grande opera Quattro tavoli in forma di foglie di magnolia (1985), lasciata in prestito dalla Galleria Sperone Westwater e Leo Castelli, realizzata in occasione della storica personale a New York. Quattro tavoli dalle forme organiche sono interamente ricoperti di cera d’api, altri oggetti sono fusi all’interno della superficie. L’installazione abita armoniosamente la seconda sala espositiva occupando quasi 20 metri di lunghezza.
I tavoli diventano veicolo della filosofia di Mario Merz in quanto beni essenziali di sostentamento e strumenti di condivisione: ideati sotto forma di foglia dall’andamento cuneiforme, rappresentano il movimento che Merz definiva come «il sollevarsi della materia su se stessa». Inoltre sono ricoperti di un materiale organico prodotto da animali che nella loro semplicità sono fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema. All’interno della cera sono distribuiti svariati oggetti che simboleggiano il passaggio del tempo, incastonati nello spazio, divenendo proiezioni interiori del suo pensiero.
L’attenzione che Merz dedica alla natura, autonoma all’interno di una struttura sociale complessa, crea un habitat di animali selvaggi che diventano specchio di una libertà interiore. La stessa frase che dà il titolo alla mostra Qualcosa ti toglie il peso, fino al 6 ottobre 2024, è presa da uno scritto di Mario Merz. Partendo dal pensiero dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, si lega alla necessità di individuare la propria natura profonda per svelare le fondamenta del pensiero umano.
«L’igloo è un grande cerchio dentro al quale io posso lavorare» afferma Mario Merz in una conversazione con il curatore Harald Szeemann, ripresa nel 1985 a Zurigo e riprodotta in una delle sale della fondazione. Attraverso le sue parole e il suo lavoro, il grande artista torinese invita ognuno di noi a trovare il proprio luogo zen cercando di raggiungere un senso di leggerezza e libertà.
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