Installation view Tait Gallery, Nulla è perduto nonostante l'oblio, Ciro Palumbo
Tait Gallery presenta Nulla è perduto nonostante l’oblio, la mostra di Ciro Palumbo in dialogo con le periferie di Mario Sironi, fino al 27 aprile 2025, a cura della galleria con i testi critici di Roberto Mastroianni. Con la mostra personale Navigando l’ignoto dello scorso anno alla Promotrice delle Belle Arti di Torino (ne avevamo parlato qui), Ciro Palumbo (Zurigo, 1965) si è distinto come un pittore poeta visionario capace di trasformare il suo mondo metafisico e surreale in realtà virtuale. Osservando le opere pittoriche di Palumbo, intrinseche di una forza straniante capace di conturbare il fluire del tempo, si viene trasportati in un vertice cosmico, una dimensione onirica e solitaria.
Nella mostra Nulla è perduto nonostante l’oblio lo sguardo dell’artista scava oltre la realtà, in un’ambientazione simbolica che sembra appartenere al subconscio, permeata e influenzata dalla pittura d’avanguardia del Novecento di Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Carlo Carrà. Così come la pittura metafisica, ferma e definita, si è contrapposta al movimento futurista, dinamico e sfuggente, la figurazione della rêverie classicista, come la definisce Roberto Mastroianni, di Ciro Palumbo si impone nel panorama contemporaneo minimale e concettuale della Torino contemporanea. La Tait Gallery, fondata da Lorenzo Palumbo e Simone Lo Iudice lo scorso maggio 2024, diventa portavoce di questa pittura trascendentale offrendo un inedito confronto con due periferie urbane di Mario Sironi (1885-1961). Scavalcando qualsiasi riferimento politico, partendo dall’osservazione tecnica e visiva dei quadri di uno dei maggiori pittori del Novecento, Ciro Palumbo reinterpreta e si lascia ispirare dalle sue desolate vedute. Il tetro grigiore industriale di Sironi rievoca una rarefatta sensazione di perturbante e silenziosa desolazione, la stessa che si evince nei mondi dipinti da Palumbo. Eppure i suoi quadri rivelano una speranza nascosta, dalle finestre delle sue monumentali architetture, si intravedono delle luci, come dei focolari accesi. Le fabbriche da lui ritratte sembrano giocosi laboratori. I suoi cieli sono illuminati dalle stelle, e seppur disabitate, le periferie diventano teatri di luci e colori. Il suo immaginario sconfinato pone dinnanzi ad una solitudine introspettiva, abituata al silenzio, in una sensazione di pace nella realizzazione dell’immensità della natura.
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