Categorie: Mostre

Oltre la fotografia: al Museion di Bolzano gli ambienti di Franco Vaccari raccontano la storia di un artista visionario

di - 5 Aprile 2026

Artista visionario, capace di captare i tempi e influenzare intere generazioni di artiste e artisti, Franco Vaccari (Modena, 1936-2025) è una delle figure più importanti dell’arte italiana concettuale del dopoguerra. La sua rilevanza è spesso ricondotta al linguaggio fotografico – il suo Fotografia e inconscio tecnologico (1979) resta, infatti, un testo imprescindibile per la teoria fotografica in Italia. La mostra Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari, al Museion di Bolzano fino al 13 settembre 2026, propone ora di allargare il campo, esplorando per la prima volta i suoi ambienti. Il lavoro dell’artista viene così riletto e ricollocato alla luce di una pratica che concepiva l’opera d’arte come esperienza e interazione con il pubblico, anticipando tendenze successive. Il progetto, curato da Frida Carazzato e Luca Panaro, era stato pensato per il novantesimo compleanno dell’artista modenese e assume oggi il valore di un omaggio alla sua recente scomparsa.

Franco Vaccari, 2015. Courtesy P420, Bologna

Frutto di una lunga ricerca d’archivio condotta da Panaro insieme a Vaccari, la mostra a Museion riunisce fotografie, video, libri e materiali d’archivio insieme a otto ambienti rappresentativi tra i 43 che l’artista ha creato nella sua lunga carriera, dal 1968 al 2005. In queste strutture architettoniche effimere, ospitate all’interno di spazi quali musei e gallerie, accadevano le sue “esposizioni in tempo reale”, esperienze in cui visitatori e visitatrici erano parte attiva, e che l’artista si limitava a innescare. Feedback offre quindi al pubblico del 2026 l’opportunità di (ri)vivere alcune esposizioni in tempo reale in una mostra che diventa a sua volta contenitore di mostre, giocando su un movimento di scambio e condivisione: quello di invito dell’artista e, come riporta il titolo, di risposta dei visitatori.

Exhibition view Feedback. The Environments of Franco Vaccari, Museion, 2026. Photo: Luca Guadagnini

Semplice nella fruizione quanto complessa nell’apparato teorico e nei riferimenti che contiene – dal pensiero di Duchamp a Claude Lévi-StraussFeedback è anche un’immersione intima, a tratti nostalgica, filologicamente corretta fino all’ossessione nella poetica di Vaccari e nella sua “cassetta degli attrezzi concettuali”. I media con cui si confrontava l’artista possono apparirci oggi obsoleti, eppure con le sue intuizioni su quanto la tecnologia influenzi non solo quello che vediamo, ma anche percezioni e comportamenti, intercettavano dinamiche e criticità assolutamente attuali nel nostro presente ipertecnologico.

Exhibition view Feedback. The Environments of Franco Vaccari, Museion, 2026. Photo: Luca Guadagnini

Spesso l’artista parlava della necessità di opporre, al bombardamento continuo delle immagini, un “silenzio ottico” – che nelle sue opere si è manifestato con il buio. Ed è dall’oscurità che parte la mostra a Museion, grazie anche a un allestimento, quello di Fosbury Architecture, abile nell’abbassare il tono di voce degli spazi. Mutilati della vista e senza punti di riferimento, siamo obbligati ad attivare altri sensi, sopportando incertezze e paure che si dilatano, come in Scultura buia (1968) o in Ambiente grigio multiuso, scatola per sondare lo spazio vicino e lontano (1987), al cui interno possiamo anche osservare gli altri senza essere visti da un falso specchio.

Exhibition view Feedback. The Environments of Franco Vaccari, Museion, 2026. Photo: Luca Guadagnini

L’elemento voyeuristico ricorre spesso in mostra, quel guardare attraverso il buco della serratura che contiene riferimenti infiniti, ma che a noi piace associare al Norman Bates nello Psycho di hitchcockiana memoria. L’oscurità è anche lo spazio dell’inconscio e del rimosso che emerge nei sogni. Nell’esposizione in tempo reale n.10, Sogni n.1 (1975), il pubblico era invitato a trascorrere un’intera notte alla galleria Cavellini di Brescia e trascrivere, la mattina seguente, i sogni fatti durante la notte di sonno collettivo. L’esperienza verrà riproposta a Museion nel corso di una sound performance di Francesco Fonassi e Luisali Theisen.

Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale n. 10, Sogni n.1, 1975. Courtesy Archivio personale dell’artista / Courtesy des Archivs des Künstlers / Courtesy of the Artist’s Archive. Photo: Ken Damy

La seconda sezione della mostra indaga le ricerche sviluppate da Vaccari negli anni Settanta, in cui l’artista si concentra sulla partecipazione spontanea delle persone e sulla formazione di comunità temporanee in luoghi ed eventi pubblici. Negli ampi spazi del quarto piano torna la luce e incontriamo la ricostruzione di una delle sue opere più emblematiche, l’esposizione in tempo reale n. 4, Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, presentata nel 1972 alla Biennale di Venezia e il suo successivo sviluppo, Photomatic d’Italia (1972-74).

Exhibition view Feedback. The Environments of Franco Vaccari, Museion, 2026. Photo: Luca Guadagnini

Come noto, Vaccari aveva invitato il pubblico a scattarsi una fototessera e lasciarla appesa alla parete, creando così un’opera collettiva. Quello che poteva rivelarsi un flop, fu un successo clamoroso: al termine della Biennale le strip furono oltre seimila. Riguardandole a Museion scorriamo un’ampia commedia umana di volti da fototessera tra smorfie, vanità e anche pose oscene, magnifica premonizione di quella che sarà l’iper-esposizione da selfie del mondo di oggi. La Photomatic è presente, ma niente illusioni, per volontà dell’artista quest’opera non è attiva. All’interno di Bar Code-Code Bar (1993) è invece possibile accomodarsi e bere un caffè, godendo di uno spazio di scambio informale. Si sposta su toni più delicatamente struggenti il Mini cinema, 2003, al cui interno è proiettato Provvista di ricordi per il tempo dell’Alzheimer. Tra le opere più straordinarie in mostra va infine ricordata la serie Modena vista a livello di un cane, racconto fotografico che Vaccari aveva realizzato nella sua città, tutto all’altezza di un cane.

Un viaggio minimo, testimonianza tanto ironica quanto preziosa del suo invito incessante a sovvertire il punto di vista che più diamo per giusto e scontato: il nostro.

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