Categorie: Mostre

Oltre le mura di Palazzo Vizzani: la pratica dell’abitare per le nuove residenze di Alchemilla

di - 20 Aprile 2026

L’invecchiamento dei luoghi non è un limite, ma una soglia. È tra le stanze cinquecentesche di Palazzo Vizzani, intrise di una storia opaca eppure segnate da tracce contemporanee, che si innesca il dialogo tra la sicurezza dell’isolamento domestico e le urgenze di un mondo esterno che «si sta scaldando». Su questo sottile confine prende vita il nuovo capitolo di Alchemilla, sotto la supervisione di Camilla Sanguinetti: l’Alchemilla Residency Program. Il progetto, esteso a tutto il 2026, è curato da Giulia Giacomelli e Gabriele Tosi con il sostegno di Banca di Bologna.

«L’uomo si è sempre costruito un tetto sopra la testa», ricordano i curatori. Una riflessione che evidenzia come il bisogno ancestrale di protezione si sia trasformato, nel tempo, in status sociale e – come nel caso di Palazzo Vizzani in sfarzo architettonico. Oggi, questa prospettiva si ribalta: permettere ad artisti diversi di attraversare il palazzo attraverso lo strumento della residenza assume una funzione quasi terapeutica. Per chi vive abitualmente quegli spazi, il processo favorisce una riappropriazione visiva ed emotiva, permettendo di riscoprirli con occhi nuovi e stupiti. L’iniziativa guarda però oltre le mura, intercettando una Bologna che da tempo sconta una carenza di spazi per la sperimentazione, spingendo spesso i creativi altrove. Alchemilla risponde offrendo un bene prezioso e rarissimo: il tempo della ricerca. La residenza diventa così un luogo di convivialità e scoperta, un modo per appropriarsi profondamente di uno spazio e un intento che riflette la sensibilità dei curatori verso una progettualità che mette al centro l’artista e non solo l’opera.

Sofía Durrieu, Exoskeletons – Rib-bon(e)s, 2024, bronzo rosso, acciaio, 210x150x50 cm

Alla base del programma c’è una precisa scelta semantica ed etica : come sottolinea Giulia Giacomelli, viene infatti bandita la parola «restituzione» – termine che implicherebbe il ridare indietro qualcosa a un presunto proprietario – per abbracciare invece il concetto di «apertura». L’esperienza sarà organica e scandita in tre momenti: la ricerca individuale negli spazi protetti, l’immersione nella scena artistica locale e, infine, l’incontro con il pubblico. Quest’ultima fase sarà vissuta in totale libertà comunicativa, senza vincoli di linguaggio: che si tratti di un talk, di una mostra o di una performance. Per garantire una reale rottura degli schemi, sono state invitate tre artiste mid-career di caratura internazionale (italiana, argentina e greca), estranee all’orbita bolognese, i cui sguardi si alterneranno lungo l’anno:

Benedetta Fioravanti (aprile-maggio) indaga la dimensione familiare pescando nel flusso digitale, sviscerando immagini dalla rete e dai social per cercare di ricostruire un sentimento domestico comune ma invisibile, trovando un ponte naturale con Bologna attraverso il dialogo con Home Movies, una delle realtà più importanti di archiviazione di video privati.

Sofía Durrieu (giugno-luglio), scultrice argentina di base in Svizzera, porta in dote una radicalità fortemente fisica interrogando, attraverso la costruzione di dispositivi relazionali, i limiti dei nostri corpi nello spazio pubblico attorno a una parola chiave potentissima: il «consenso».

Eleni Tomadaki, Full moon, 2025, oil on linen, 180×210 cm (sinistra), Fall, 2025, oil on linen, 180×210 cm (destra)

Eleni Tomadaki (ottobre-novembre), pittrice greca dal background teorico londinese, agisce al contrario di chi usa la pittura per domare il caos, abbracciando e sfruttando la violenza del segno nella speranza curatoriale che questa conflittualità visiva possa agganciarsi alla viscerale tradizione informale che da sempre scorre nelle vene della città di Bologna.

In questa cornice, il progetto di Alchemilla non cerca risposte rassicuranti né impone la consegna di un prodotto finito. Si trasforma, piuttosto, in un campo d’indagine vitale sulle dinamiche dell’abitare. Sostare a Palazzo Vizzani diviene un esercizio per non limitarsi a occupare uno spazio, ma per lasciarsi attraversare da esso: un invito ad accettare che la nostra intimità, così come le mura in cui operiamo, possa essere costantemente rimodellata dall’incontro con l’Altro per trasformare le fratture del presente in reali varchi di connessione.

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