Giorgio Di Noto, the appearance of nearness, veduta della mostra, Galleria Eugenia Delfini, Roma, foto di Sebastiano Luciano. Courtesy Galleria Eugenia Delfini
La tensione che si costruisce tra ciò che un’immagine mostra e ciò che invece nasconde, tra la fedeltà documentaria della fotografia e il potenziale semantico latente nei suoi margini, nelle imperfezioni e le cancellature, è l’elemento narrativo sul quale si fonda il lavoro di Giorgio Di Noto, in mostra fino al 30 aprile alla Galleria Eugenia Delfini di Roma.
Partendo dalla traccia, intesa come segno residuale di qualcosa di scomparso, ricostruibile attraverso le sue eccedenze, Di Noto presenta un corpus che riunisce tre cicli distinti, tutti sviluppati a partire da materiali d’archivio. L’artista ha lavorato concentrandosi sulle cancellature e sulle censure presenti nelle immagini archiviate, isolando ed enfatizzando questi elementi proprio in quanto peculiarità caratterizzanti.
Gli interventi di Di Noto non hanno come fine quello di manipolare le immagini, piuttosto quello di rendere visibili le manipolazioni già avvenute, riportando in superficie ciò che la storia aveva deposto e, talvolta, deliberatamente occultato, nel corpo stesso dell’immagine.
Questo è un punto che merita attenzione. Le cancellature presenti nelle lastre fotografiche e nelle stampe aeree non sono accidenti formali ma atti intenzionali, compiuti in momenti precisi per ragioni precise — militari, politiche, censorie, o semplicemente operative. Ciascuna di esse è, a sua volta, un documento. Traccia di un gesto, di una volontà, di un sistema di controllo sull’immagine e su ciò che essa poteva o non poteva mostrare. Indagare queste alterazioni significa quindi aprire una seconda lettura dell’archivio: non più soltanto come deposito ma come teatro di decisioni, ognuna con implicazioni storiche e metodologiche che attendono di essere interrogate.
In questa prospettiva, la censura non è più assenza di immagine ma un’immagine essa stessa. Il risultato visivo che ne emerge – cerchiature luminose, profili incerti, ossidazioni cromatiche, cancellature rese manifeste – non è decorativo ma sintomatico: ogni segno porta con sé una dimensione di “preposterous history”, ovvero una temporalità non lineare che non rielabora il passato in sequenza cronologica ma lo riattiva rendendo il presente un punto di accesso a stratificazioni che altrimenti resterebbero sepolte.
Il lavoro dell’artista ci ricorda che l’immagine, contrariamente a quanto siamo abituati a credere, non è mai stata uno specchio neutro del reale ma un campo di forze, attraversato da intenzioni, omissioni e costruzioni.
Questo approccio invita inoltre a una riflessione più ampia sulla natura stessa dell’immagine fotografica e sulla sua pretesa di veridicità. In un’epoca in cui la proliferazione delle immagini è pressoché illimitata e la loro manipolazione – digitale, algoritmica, sistemica – è tanto diffusa quanto spesso invisibile, il lavoro di Di Noto assume una risonanza che va oltre il campo della ricerca archivistica.
In questo senso, l’archivio si configura come un dispositivo attivo, in cui ogni immagine conserva, accanto a ciò che mostra, la traccia delle condizioni che ne hanno determinato la visibilità. È proprio in questa tensione — tra ciò che emerge e ciò che è stato sottratto — che il lavoro di Di Noto continua a operare, restituendo all’immagine la sua dimensione conflittuale e storicamente situata.
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