Andrea Mastrovito, Quando il cielo finisce, 2025, installation view, Courtesy Galleria Michela Rizzo Ph. Enrico Fiorese
Nel momento in cui la galleria Michela Rizzo di Venezia ritorna, dopo undici anni, nella sua storica sede di Palazzo Palumbo Fossati, Andrea Mastrovito propone in queste ampie sale un vero e proprio tributo alla storia della galleria, con una mostra —intitolata Quando il cielo finisce— ricca di riferimenti agli artisti che ne hanno segnato la storia.
Il cielo del titolo — simbolo per eccellenza dell’illimitato — viene qui dichiarato finito. Ma non in senso apocalittico quanto come riconoscimento di un limite: ogni orizzonte, anche quello della storia dell’arte, è una costruzione e ogni genealogia è una scelta. È su questa soglia che Mastrovito lavora, mettendo in relazione opere, artisti e immaginari differenti e intrecciandoli con la propria iconografia fatta di disegno, infanzia, conflitto e resistenza.
Il progetto affonda le radici in La diseducazione al reale (2021), prima collaborazione con Michela Rizzo, dove il disegno emergeva già come linguaggio stratificato e dispositivo critico. Qui quella riflessione si espande e si fa corale: incisione, intarsio, pittura, pastello e frottage convivono in una trama fitta, in cui le immagini non si limitano a citare, ma assorbono e trasformano le opere di Vito Acconci, Hamish Fulton, Lawrence Carroll, Fabio Mauri, Maurizio Pellegrin, Roman Opalka, Nanni Balestrini e Antoni Muntadas. Mastrovito parte da queste immagini e le rimette in circolo, facendole collidere con un immaginario in cui l’infanzia e l’adolescenza diventano soggetti politici.
Opere come La crociata dei bambini, in dialogo diretto con il Muro Occidentale o del Pianto di Fabio Mauri, o The Frontline is Everywhere, che riecheggia Alcuni di Maurizio Pellegrin, mostrano come il lavoro di Mastrovito operi per sovrapposizioni semantiche. In Non vogliamo niente, le figure infantili si muovono tra i collage tipografici di Nanni Balestrini, rendendo visibile una tensione che è insieme storica e attuale: quella tra desiderio, rifiuto e possibilità di azione.
Particolarmente incisiva è la serie di frottages e collages dedicata ai fiori commemorativi. Qui il lutto viene svuotato della sua dimensione celebrativa e trasformato in gesto e traccia fisica. Nell’ultima stanza, poi, una serie di piccole lavagne con abaco mette in scena episodi di guerriglia urbana. Le figure — ancora una volta infantili — si riparano dietro libri, cataloghi e testi che appartengono alla storia stessa della Galleria Michela Rizzo: da Vogliamo Tutto di Nanni Balestrini a Ladies and Gentlemen di Antoni Muntadas. Il sapere, qui, non è accumulo né ornamento, ma strumento di difesa fragile e temporaneo: la storia dell’arte viene letteralmente usata come riparo, ma è così anche esposta alla possibilità di fallire.
È in questo cortocircuito che Quando il cielo finisce trova il suo punto più lucido. L’omaggio alla galleria si trasforma in una riflessione sul ruolo stesso delle istituzioni e dei loro archivi intesi come dispositivi attivi, attraversabili, persino vulnerabili. Il cielo finisce non perché lo sguardo si chiuda, ma perché ogni orizzonte, una volta riconosciuto come tale, può essere rimesso in discussione.
Negli spazi di Ex Elettrofonica, a Roma, Marco Bernardi mette in scena un mondo di oggetti che sfidano la logica…
Al via la decima edizione della Milano Art Week: in attesa dell'apertura di miart, in città già fervono le aperture.…
Futuri Emergenti Italiani è il catalogo che documenta la ricerca di 101 artisti under 35, selezionati per una mostra diffusa…
Fino al 15 maggio l'Edificio B12 della Manifattura Tabacchi ospita la mostra del fotografo Zhang Chaoyin, con sessanta opere sull’Himalaya,…
Casa degli Artisti entra in una nuova fase con una guida rinnovata: residenze multidisciplinari, collaborazioni con istituzioni milanesi e reti…
Il progetto curatoriale mette al centro memoria e trasmissione, articolandosi in una pluralità di contesti che arricchiscono il racconto ma…