Categorie: Mostre

Quando l’algoritmo entra nei campi: Cao Fei a Fondazione Prada Milano

di - 24 Aprile 2026

Come spesso accade quando ci si misura con dicotomie apparentemente inconciliabili, anche il binomio natura-cultura tende a produrre una serie di evidenze che si impongono quasi per inerzia, spesso sostenute da una riconoscibilità empirica e difficilmente contestabile. Sembrerà dunque immediato ricondurre un’eruzione vulcanica, una catena montuosa, un branco di animali selvatici o delle perturbazioni metereologiche al reame naturale. Sul versante opposto, l’esistenza di villaggi e città, l’esecuzione di un brano musicale, un rituale tradizionale o una rappresentazione teatrale verranno ascritti senza dubbio all’ambito dei fenomeni culturali. Sembrerà altresì chiaro che si tratti di concetti non sovrapponibili, sebbene spesso intrecciati tra loro.

Cao Fei, Dash (still), 2026. Video a doppio canale, colori, suono, 47min. Courtesy l’artista, Vitamin Creative Space, e Sprüth Magers. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Eppure, questa concezione apparentemente cristallina 一 fondata su una distinzione tanto intuitiva quanto storicamente sedimentata 一 mostra oggi segni di progressiva opacizzazione. Non tanto perché i due ambiti si sovrappongano, quanto più perché si rivelano, a uno sguardo più attento, quali esiti di uno stesso dispositivo di classificazione: costrutti culturali, relativi e mutevoli, radicati in abitudini linguistiche e schemi percettivi condivisi. In questo slittamento, ciò che viene meno non è la differenza in sé ma la sua presunta naturalità, che apre a una riflessione nella quale natura e cultura dismettono la propria posizione antagonista. È in questo campo che si innesta la riflessione di Cao Fei, a cui Fondazione Prada dedica Dash, progetto multimediale concepito dall’artista cinese per la sede di Milano e incentrato intorno all’omonima e inedita produzione video, visitabile fino al 28 settembre 2026.

Cao Fei, Southward Journey (still), 2026. Video monocanale, colori, suono, 30 min. Courtesy l’artista, Vitamin Creative Space, e Sprüth Magers. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Dash nasce da una lunga ricerca intrapresa da Cao Fei durante gli ultimi tre anni, durante i quali l’artista si è dedicata allo studio della smart agriculture nella Cina meridionale e nordoccidentale, oltre che nel Sud-Est asiatico. A partire da questa osservazione, la mostra esplora le modalità con le quali la tecnologia, applicata al settore primario, risponde alle sue urgenze sempre più cogenti: le condizioni meteorologiche in costante cambiamento, la scarsità idrica, il calo del rendimento delle coltivazioni di cereali, lo spopolamento e l’invecchiamento cronico delle aree rurali e quindi la mancanza di manodopera. A questi temi risponde con pronta fermezza l’agricoltura intelligente, un sistema iper-informatizzato nel quale al bracciante agricolo non è più richiesto di confrontarsi con la terra ma con lo schermo 一 sia esso un enorme monitor o il controller di un drone addetto alla fertilizzazione dei campi.

Cao Fei, The Birth, 2026. Installazione multimediale, dimensioni variabili. Video a tre canali in loop, oggetti di scena legati al raccolto, altare, sacchi di fertilizzante, striscione, cuscini, drone agricolo XAG. Struttura dell’installazione sviluppata da Small Production. Striscione e cuscini disegnati da Xiang Gao. Courtesy dell’artista, Vitamin Creative Space and Sprüth Magers
Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Laddove il dominio dell’algoritmo sul paesaggio naturale e antropico si fa sempre più evidente, si innesta l’analisi di Cao Fei, che esplora il rapporto tra persone e territorio, tra rurale e urbano, tra progresso e tradizione. E nel fare ciò, individua una resistenza che si manifesta nella persistenza di pratiche rituali e saperi ancestrali, sedimentati in una temporalità ben più lenta rispetto a quella imposta dall’innovazione tecnologica. Gesti reiterati, formule tramandate, liturgie che continuano ad abitare e non abbandonano lo spazio agricolo, insinuandosi tra le maglie di un sistema sempre più automatizzato. Anche laddove la presenza umana si rarefà (sostituita da droni, macchine a guida autonoma e sofisticati sistemi di irrigazione) sopravvive una dimensione simbolica che sfugge alla piena razionalizzazione del processo produttivo “intelligente”.

Dash, 2026. Installazione multimediale, dimensioni variabili. Video a due schermi 47’05”, installazione fotografica a 9 pannelli, strutture da risaia, stazioni meteorologiche, droni agricoli, veicoli automatici e filmati promozionali XAG, arredi
Struttura dell’installazione sviluppata da Small Production. Courtesy dell’artista, Vitamin Creative Space and Sprüth Magers
Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Nelle opere di Cao Fei non si osserva, tuttavia, alcuna contrapposizione frontale né nostalgia del passato: ciò che si osserva è piuttosto una coesistenza silenziosa e forse dissonante ma pur sempre pacifica tra natura e cultura. I rituali non scompaiono ma si ridisegnano, adattandosi e mimetizzandosi nel contesto di un paesaggio profondamente trasformato. L’attaccamento alla vita restituito da Cao Fei non coincide infatti con una resistenza dichiarata, quanto più con un’ostinata resistenza o persistenza che abita corpi, gesti, credenze, abitudini e riaffiora dalla terra, pur colonizzata dalla presenza tecnologica.

Va certamente precisato che questa riflessione non assume mai i toni di una lettura naïf, né si sofferma sulla ricerca di un elemento sognante nella sopravvivenza del rituale in un contesto iper tecnologizzato. Al contrario, Cao Fei introduce con eleganza la questione ben più radicale della progressiva sostituzione del sapere esperienziale con quello algoritmico: un passaggio che non riguarda soltanto il mondo agricolo o il settore primario ma informa in modo profondo le modalità con le quali il territorio è percepito, abitato e inteso.

Cao Fei, Dash 180-c, 2026. Installazione, dimensioni variabili. Gioco in realtà virtuale, 20’15’’, trailer di 2 minuti. Banani artificiali, luci al neon, stampa su vetro, 2 set di schermi curvi panoramici, 2 dispositivi VR. Collaboratore allo sviluppo dei contenuti VR: VIVE Arts Musica: Ma Haiping Struttura dell’installazione sviluppata da Small Production. Courtesy dell’artista, Vitamin Creative Space and Sprüth Magers. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Arricchisce certamente l’esperienza di visita la dimensione immersiva della mostra, un organismo multiforme che colonizza capillarmente lo spazio del Podium con installazioni diffuse e di natura eterogenea. A colpire è una strana sensazione di familiarità, come se il panorama che si dispiega davanti agli occhi del visitatore appartenesse a un tempo prossimo ma già trascorso. L’ambiente espositivo si configura infatti come una sorta di sito archeologico del futuro, dedicato al presente a noi contemporaneo, che riconosciamo come nostro e che tuttavia appare già fossilizzato.
In questo scivolamento temporale si insinua una riflessione più ampia sull’accelerazione tecnologica, che imprime ai dispositivi e alle infrastrutture un’inesorabile data di scadenza, un ciclo di vita sempre più breve, capace di rendere obsolete anche quelle che, a un occhio inesperto, possono sembrare innovazioni avanzatissime. Quella descritta da Cao Fei è, al contempo, realtà fattuale e condizione paradossale, nella quale il presente si comprime a tal punto da divenire immediatamente passato e rispetto al quale ogni tentativo di tenere il passo risulta fisiologicamente destinato al fallimento. La mostra è dunque un paesaggio attuale e desueto, abitato da tracce di un progresso che, nell’avanzare, intravede già la produzione delle proprie rovine.

Cao Fei, Land Cerimony, 2026. Installazione site specific. Riso, componenti di droni XAG. Courtesy dell’artista. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

Mentre si passeggia tra le transenne, costeggiando monitor, droni, altari votivi e accampamenti provvisori per contadini o archeologi del futuro, si viene accolti dal ventre uterino dell’installazione centrale, una tenda (o forse un granaio) all’interno della quale Dash (2026) è proiettato su due schermi adiacenti. Indice e pollice di una mano, uniti, svettano al di sopra di una quinta fatta di spighe di grano, il polso ruota, si contorce: è il preludio di una danza nella quale dei corpi emergono dalla vegetazione ormai secca, pronta al raccolto, imprimendo un ritmo che rimbalza da uno schermo all’altro. Altri corpi invece sono impegnati ad azionare e sorvegliare a distanza macchine agricole, osservando da lontano i campi solcati da trattori a guida autonoma che segnano la terra secondo traiettorie perfette, organizzate in corsie e linee parallele che si susseguono senza soluzione di continuità, come a riscrivere il paesaggio in funzione di una logica algoritmica. Dei contadini bruciano incenso, altri si raccolgono in danze rituali e collettive nel fango. Tutte queste presenze, seppur in modo diverso, abitano lo spazio agricolo mediante pratiche che non si configurano come resistenza ma come naturale emanazione di un orizzonte culturale radicato. Il montaggio non insiste sulla gerarchia di questi elementi ma invita a una riflessione: ciò che muta non è tanto la struttura profonda del rapporto tra essere umano e terra, quanto più il grado di sofisticazione dei mezzi con i quali questo rapporto si estrinseca. Anche laddove la manodopera si riduce e il contatto con il suolo si fa sempre più mediato da interfacce e dispositivi, sopravvive la volontà di riconoscere, in queste pratiche antichissime, la loro essenza più ancestrale.

Cao Fei, Land Debate, 2026. Installazione multimediale, dimensioni variabili. Interviste, arredi da ufficio, stazione idroponica ZERO. Esperti e studiosi intervistati: Justin Gong, He Xiongkui, Hu Lian, Ju Xi, Shi Yan, Tong Wei, Wen Tiejun, Wu Chongqing
Struttura dell’installazione ideata da Small Production. Courtesy dell’artista. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash”

A completare questa raccolta di immagini è la parte della mostra dedicata a documentari, videointerviste, fotografie, diapositive, locandine, libri e altri materiali d’archivio risalenti ai decenni compresi tra la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e gli anni Ottanta, ospitata al primo piano. Si tratta di materiali appartenenti alla collezione personale dell’artista, che da anni accumula quanti più materiali possibili per arricchire la propria ricerca e per coadiuvare la comprensione delle proprie opere. Oltre a documenti storici, il piano ospita anche opere video, installazioni e il diagramma concettuale Cosmos, Human, Technics, realizzato in occasione di questa mostra. Qui i visitatori sono invitati a immergersi nelle questioni più urgenti affrontate da Cao Fei, in particolar modo l’incontro tra la nuova visione del mondo globalizzato, fulminea e proiettata verso il costante progresso tecnoeconomico e le filosofie e religioni tradizionali cinesi.

Immagini della mostra “Dash” di Cao Fei. Foto: Marta Marinotti e Federico Floriani Courtesy Fondazione Prada

Dash è una mostra magistrale, densa e stratificata, complessa e profondamente analitica ma epiteliale ed immediata, capace di toccare la sensibilità anche del più distratto dei visitatori. Questo è possibile perché ciò che Dash restituisce non è tanto un ridisegno dei confini tra natura e cultura, quanto più la loro definitiva perdita di consistenza come categorie autonome, una sensazione forse priva di forma ma della quale tutti noi siamo inconsciamente consapevoli. Se è vero, infatti, che questi ambiti appaiono, soprattutto nel contemporaneo, sempre più indistinguibili 一 un dato diffuso che travalica il perimetro della mostra 一 è altrettanto vero che nello sguardo di Cao Fei questa mancanza di distinzione non si risolve con una mera sovrapposizione. Al contrario, natura e cultura emergono come dimensioni complementari, capaci di compenetrarsi l’una con l’altra, trasformandosi reciprocamente e dando luogo a configurazioni ibride e instabili. Ed è forse proprio nell’assenza di una postura apertamente polemica che questo ulteriore slittamento trova terreno fertile: libera dalla necessità di prendere posizione, la narrazione si apre, accoglie, riceve, si arricchisce. In Dash, le categorie si rimescolano senza mai esigere una nuova sintesi. Ciò che resta è l’invito a ripensare non tanto ciò che distingue natura e cultura ma il modo stesso in cui siamo abituati a intenderle.

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