Exhibton View. Manipolazione d'Origine controllata di Roberto Amoroso alla 10 & zero uno, Venezia, ph Filippo Molena
Entrando in Manipolazione d’origine controllata, personale di Roberto Amoroso alla 10 & zero uno di Venezia, l’esperienza si sposta rapidamente dal piano iconografico a quello percettivo. Le immagini che accolgono il visitatore si manifestano continuando a ridefinirsi mentre le si guarda. È in questa dislocazione che il lavoro di Amoroso si sottrae definitivamente al rischio della mera illustrazione del contemporaneo, sempre latente quando si lavora su immagini digitali, IA e flussi mediatici, per entrare in un territorio più instabile e produttivo.
Il titolo della mostra agisce allora meno come dichiarazione e più come dispositivo attivo. “Manipolazione” introduce un gesto, una presa, una responsabilità; “d’origine controllata” evoca invece un sistema di certificazione, quasi una garanzia di provenienza. Tra questi due poli si innesca un cortocircuito che alimenta l’intera mostra. Da un lato la consapevolezza che ogni immagine è già costruita, filtrata, stratificata; dall’altro la possibilità di riattivarla senza aderire alle logiche estrattive che governano oggi la produzione visiva.
Tale divergenza trova nella pittura il suo punto di maggiore intensità. Le tele trattengono qualcosa del loro processo digitale senza mai esplicitarlo: la logica dei livelli, il montaggio per accumulo, la compresenza di registri differenti non vengono solo tradotti pittoricamente ma trasposti in una forma altra non più scomponibile. A un primo sguardo appaiono compatte, quasi chiuse; ma insistendo l’immagine si articola come se la superficie iniziasse lentamente a cedere secondo una profondità implicita che si discosta dal senso prospettico tradizionale per abbracciare una pluralità di piani che coesistono senza fondersi del tutto.
È qui che la pittura supera la propria bidimensionalità senza negarla. Gli elementi sembrano emergere e ritrarsi come se appartenessero a temporalità diverse, rompendo ogni possibilità di appartenere a gerarchie stabili. Frammenti anatomici, presenze animali, residui simbolici si aggregano senza mai chiudersi in un’immagine definitiva, organizzandosi per prossimità e attivando una rete di rimandi che costringe lo sguardo a muoversi, a tornare, a riconsiderare.
La manipolazione così non riguarda mai soltanto la forma ma il modo in cui le immagini entrano in relazione tra loro. Quelle da cui l’artista parte, immagini digitali, eterogenee, spesso già circolanti, vengono private della loro funzione originaria per poi essere ricollocate all’interno di un sistema in cui i significati rimangono continuamente negoziabili. Non c’è un’immagine che si impone sulle altre, né un centro che organizza il tutto. Ciò che emerge è una costellazione, un insieme che si consolida proprio nella sua instabilità.
Questa stessa modalità attraversa anche gli altri lavori in mostra senza mai tradursi in una semplice variazione di linguaggio. Nel video Behind the Curtain #2, ad esempio, la frammentazione si distende nel tempo e diventa esperienza immersiva. Le immagini scorrono, si sovrappongono, si deformano, mentre il suono contribuisce a costruire una condizione quasi avvolgente, in cui il riferimento si perde progressivamente. Più che seguire una narrazione ci si ritrova all’interno di un ambiente che si modifica mentre lo si attraversa, dove analogie e contrasti visivi si susseguono senza stabilizzarsi.
Anche le sculture e lo stendardo Mea Culpa si muovono lungo questa linea, spostando però il discorso su un piano più direttamente simbolico. Qui i riferimenti sono riconoscibili, la figura della musa, l’immaginario bellico, ma vengono subito disinnescati come se qualcosa impedisse loro di funzionare secondo le modalità abituali. Gli elementi si addolciscono, si contaminano, si caricano di una fragilità inattesa, riordinando un sistema in cui i segni restano anche se non producono più gli stessi effetti.
Ciò che tiene insieme l’intero percorso è allora una pratica che lavora per passaggi minimi ma decisivi, evitando tanto la denuncia esplicita quanto l’adesione a un’estetica neutra. La pittura, in questo contesto, non appare come un ritorno alla materia quanto come uno spazio di rallentamento in cui la complessità del visivo contemporaneo può essere trattenuta e resa nuovamente attraversabile.
Nel panorama attuale, in cui le immagini tendono a esaurirsi nella loro immediatezza, il lavoro di Amoroso introduce una diversa economia dello sguardo. Non chiede di essere decifrato rapidamente, né di essere risolto in un significato univoco. Richiede invece una permanenza, un tempo di esposizione più lungo dove le connessioni emergono gradualmente e restano, in parte, aperte.
È forse proprio in questa apertura, in questo multilivello che resiste a ogni interpretazione unidirezionale, che si definisce il nucleo più incisivo della mostra, uno spazio in cui lo sguardo è continuamente sollecitato a rimettersi in discussione.
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