Sang A Han, Black Flame, Galleria Fumagalli, Milano, 2024. Foto ©LucreziaRoda. Courtesy Galleria Fumagalli
Sang A Han e Annamaria Maggi, che dal 1991 dirige la Galleria Fumagalli, si sono incontrate un anno fa, a Milano, quando in occasione di MiArt l’artista coreana fu presentata nella sezione Emergent da FOUNDRY SEOUL. Al termine della fiera si sono incontrate e hanno deciso, insieme, di perorrere un percorso che oggi porta il nome di BLACK FLAME e prende vita vita in una selezione di sculture – appositamente create – in tessuto di cotone cucito, imbottite e dipinte con il Meok, l’inchiostro di china che Sang A Han già utilizzava nei corsi di studio di pittura e che poi ha scelto di utilizzare su tessuto, e non su carta – che assorbe più velocemente – godendo, in termini artistici, di una lentezza che concorre, magistralmente, a definire un linguaggio figurativo e simbolico, sensuale e onirico.
Con la sua personale chiave creativa e contemporanea, Sang A Han reinterpreta a tecnica orientale della pittura a inchiostro e fa rivivere l’eredità del cucito e del ricamo, prassi tradizionalmente legate al mondo del lavoro domestico femminile così come all’arte orientale, per isolare emozioni intime ma universali che restituisce con un senso di profonda e ancestrale spiritualità. La mostra – curata da Maria Vittoria Baravelli, che mette in luce come Sang A Han «crei sculture morbide che rimandano alla natura, al corpo e ai sogni, e intessa la sua vita frammentata di donna, artista e madre in un lavoro fatto di tanti piccoli attimi che ritaglia e cuce» – potremmo figurarcela come un asse che dà forma a una matrice relazionale fondamentale e ai cui estremi sono collocati il romanticismo, onirico e manifesto nelle figure dolci e sospese nello spazio, da una parte; la sensualità, carnale e sempre declinata al femminile in termini di volontà di procreazione espressa attraverso il simbolismo dei fiori, dall’altra.
Non prescindere dal riconoscimento di queste dimensioni – cosa per altro impossibile dal momento che la stessa Sang A Han afferma «Il modo in cui l’inchiostro filtra e si diffonde in esso restituisce il processo con cui il mio corpo trasforma le esperienze in memorie; il mio lavoro inizia dai ricordi, non quelli che si imprimono immediatamente nella mente, piuttosto le sensazioni che penetrano lentamente nelle fibre del mio corpo» – ci permette di stabilire la specificità di queste opere che coinvolgono un complesso di questioni legate al corpo, della donna e della madre, alla vita, procreatrice, e alla spiritualità, espressa attraverso simboli religiosi come i gesti buddhisti delle mudra, o nella forma e nella percezione di presenze, spiriti – benevoli – ed energie.
Sospese dal soffitto o appese a parete, le sculture sono tutte di grandi dimensioni perché – è Sang A Han che parla – «credo che nel mio lavoro sia fondamentale la scala delle mie opere. Creo sculture di grandi dimensioni per riscattarle da ciò che viene considerato un compito minore». Sineddoche o sigillo delle sue sensazioni, che passano attraverso il suo corpo di madre, ognuna è il luogo d’elezione che spalanca una quarta dimensione, la corrente, un panta rei brulicante di creature che nascono dal lento procedere del gesto dell’artista – il gesto che si fa traccia dipinta e che diventa legame indissolubile mediante l’avvicendarsi dei punti di cucitura – e che trascinano via i pensieri, sciolgono i lacci della vita vigile e quotidiana e avvicinano al mistero di quel mondo libero di narrazioni logiche e organizzate e fatto di sogni e desideri, da accogliere e interpretare.
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