Islamic Arts Biennale 2025, photo by Marc Cappelletti, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation
Come creare un luogo per la trascendenza e la meditazione in qualsiasi spazio e tempo, una crisalide per soffermarsi e dialogare con l’enormità di ciò che ci circonda? Come ritagliare luoghi per il silenzio e l’introspezione in un’epoca di rumore continuo e saturazione visiva? Sono questi i quesiti che guidano la costruzione delle cosiddette musalla: strutture temporanee e adattabili dedicate alla preghiera che possono materializzarsi ovunque ce nei sia bisogno.
Proprio queste architetture tipiche della tradizione islamiche si trovano al centro dell’esposizione Rooted Transience, evento collaterale della 19. Biennale d’Architettura di Venezia a cura di Faisal Tabbarah. La mostra propone alcuni dei progetti realizzati nel contesto dell’AlMusalla Prize 2025, competizione internazionale di architettura che celebra la cultura islamica aprendosi al contempo a nuove forme di sperimentazione.
Nella loro natura fragile ed eterea, questi spazi si propongono ora come interessanti casi studio non solo per avvicinarsi ad una tipologia architettonica parte della cultura saudita, ma anche per ragionare su concetti relativi alla sostenibilità. Quando le costruzioni nascono da premesse di trascendenza e adattabilità, infatti, non possono che fornire spunti di riflessione su come l’architettura possa rispondere all’ambiente circostante e ai materiali disponibili, anche i più poveri.
La musalla è infatti un dispositivo spirituale, certo, ma anche ecologico: esiste nella misura in cui serve, poi scompare. Non monumentalizza, non occupa, non pretende durata. E proprio per questo, si propone come paradigma alternativo in un tempo in cui l’architettura è spesso chiamata a ripensare i propri fondamentali.
Al centro della mostra, On Weaving —progetto vincitore dell’AlMusalla Prize 2025, realizzato da EAST Architecture Studio insieme a Rayyane Tabet e AKT II— propone una rilettura in chiave contemporanea di questi spazi effimeri attraverso un uso radicale della palma da dattero, pianta iconica e abbondante nel territorio saudita. Le sue fronde diventano qui struttura portante, le sue fibre intrecciate costituiscono la facciata: l’intero padiglione nasce da ciò che normalmente è scarto, celebrando l’intelligenza dei materiali e la sapienza dell’intreccio. Il gesto del tessere —azione collettiva, femminile, lenta— si trasforma così in linguaggio architettonico capace di influenzare un’intera cultura.
È inoltre importante sottolineare come Rooted Transience non vada visto come episodio isolato, ma piuttosto come parte di una strategia culturale più ampia promossa dall’Arabia Saudita, che negli ultimi anni ha intensificato la propria partecipazione a eventi culturali internazionali come la Biennale di Venezia . Da questo punto di vista, la scelta di concentrarsi su tipologie architettoniche leggere, radicate nella tradizione ma rilette in chiave contemporanea, riflette la volontà di posizionarsi come attore rilevante nel dibattito globale sull’architettura sostenibile e contestuale.
I progetti di musalla presentati in questa edizione si collocano dunque all’intersezione tra spiritualità, innovazione e diplomazia culturale: non si tratta solo di spazi di preghiera effimeri, ma anche dimostrazioni di come l’architettura possa rispondere in modo flessibile alle sfide ambientali e sociali. Attraverso progetti come questo, il Regno punta perciò a ridefinire la propria immagine, promuovendo un’identità architettonica che mira a coniugare tradizione locale e visibilità globale.
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