Categorie: Mostre

Un volo nell’astrazione: da Kandinsky a tutta l’Italia del primo Novecento

di - 27 Dicembre 2025

Davvero notevole dal punto di vista scientifico, qualitativo e suggestivo, la mostra continua il lavoro di ricerca del Museo MA*GA di Gallarate, incentrato – come nel 2024-2025 con la mostra Arte e design – sullo studio e la valorizzazione di quel grande patrimonio artistico dell’arte moderna, in particolare della pittura astratta dagli anni Trenta agli anni Cinquanta del Novecento, sviluppatosi a Milano a partire da quella fucina di incontri ed arte che fu la galleria il Milione di Ghiringhelli – dove espone Vassily Kandinsky nel 1934 – e poi con il gruppo Como, per irradiarsi nell’area a nord di cui, per la felice combinazione di fervore costruttivo e creativo di quel periodo, Gallarate si trova ora ad essere importante centro di raccolta e studio.

Paul Klee, Con il serpente, 1924, disegno a inchiostro di china, acquerello e pastelli, Ca’ Pesaro- Galleria Internazionale d’arte Moderna, acquisto presso il pittore Emanuel Föhn, 1954

Kandinsky e l’Italia, trova un’occasione di ampio respiro nella cooperazione tra il MAGA e la Fondazione Ca’ Pesaro di Venezia, con la cura di Elisabetta Barisoni ed Emma Zanella, dando luogo a una panoramica che parte del patrimonio della fondazione veneziana di opere di Kandinsky, Paul Klee ed altri “padri” dell’astrattismo, indagando sugli albori del movimento nel suo espandersi in Italia, a partire appunto da Milano. La narrazione parte da Kandinsky con la grande opera Zig Zag Bianchi, del 1922, e una serie di suoi disegni, dove appare sia una reinvenzione della realtà con la sintesi punto linea superficie, che la sua deflagrazione formale e cromatica – di una libertà attentamente progettata – con una sorta di richiamo culturale quasi esoterico.

Osvaldo Licini, Angeli missili + Luna, 1956-57, olio e collage su carta intelaiata, Collezione privata, Milano © OSVALDO LICINI, by SIAE

A questi succedono opere di Paul Klee – molto belle e numerose – dove il passo oltre la realtà avviene attraverso segni ancestrali, per ricostruire linguaggio e paesaggi (dell’anima), con quel leggero lirismo che pare poi ritrovarsi in Osvaldo Licini, nella sezione italiana. E nella percezione di queste contaminazioni e della composizione misuriamo quanto l’astrattismo abbia di meditativo, progettuale e compositivo, nell’uso libero, ma guidato, di forme e grafie.

“Kandinsky e l’Italia”; Gallarate (VA), Museo MA*GA; immagini di allestimento; credits Museo MA*GA

Seguono opere di Antoni Tapies, Ives Tanguy, Mirò ed altri dove l’astratto prende forme più emotive, fino ad arrivare ad una grande opera di Alexander Calder, il mobile Gong rossi gialli e blu del 1955, che librandosi nello spazio suggerisce nel percorso l’espansione dell’astrattismo così come l’emozione del visitatore. Il racconto passa al diffondersi in Italia dell’Astrattismo, appunto a partire da Il Milione e il Gruppo Como, con artisti che lo traducono in ricerche molto attente e razionali sui rapporti geometrici e sugli accordi cromatici, consonanti e cristallini, alla ricerca di una certa purezza delle forme che popolano l’ultra-realtà dell’astratto. Troviamo, tra gli altri, Mario Radice, Manlio Rho, Carla Badiali, le macchine inutili di Bruno Munari, le delicate pitture di Licini, sempre con composizioni misurate e commisurate al progetto e alla ricerca, con ritmi matematici e musicali. Con il viatico dell’irruenza di frastagliate porcellane di Lucio Fontana e del suo materico, pastoso Concetto spaziale, del 1961, ma, si badi, di molti altri autori esposti, si viene portati alla sezione sulla diffusione in tutta Italia dell’astratto, dove la pittura da razionale si arricchisce di impeto, diventa più sanguigna e passionale.

“Kandinsky e l’Italia”; Gallarate (VA), Museo MA*GA; immagini di allestimento; credits Museo MA*GA

A partire dai paesaggi sintetici, con campiture piatte in contorni neri astratti, quasi evoluzione del cloisonnisme, di Roberto Birolli e sodali, attraverso forti geometrie di Luigi Veronesi – e di molti altri grandi artisti esposti –  i dipinti arrivano a diventare “astratti espressionisti” con Roberto Matta, con un momento di reinvenzione del realismo (di astratta composizione) di Guttuso, una sorta di ritorno al pathos, una sorta di ricongiungimento del ciclo. Il bel progetto espositivo, direi emozionale nonché scientifico, è testimoniato dal ricco catalogo, dove le curatrici propongono la narrazione – poi sviluppata con numerosi altri contributi – delle vicende storiche e personali in modo chiaro e anche avvincente.

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