Categorie: Mostre

Una performance è per sempre: a Cavalese la prima edizione di Performa

di - 24 Aprile 2026

Non smette di stupire lofferta culturale del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, che, dopo lacclamata mostra di Marinella Senatore, inaugura ora Performa, il festival delle arti performative dedicato alla sperimentazione tra i diversi linguaggi contemporanei e pratiche partecipative. Il riferimento porta subito a New York e alla biennale ‘Performa’, ma questa volta il progetto si sposta in Trentino, assumendo una declinazione più raccolta ma non meno ambiziosa. Performa Cavalese, ideato e curato dalla direttrice Elsa Barbieri, nasce come dispositivo di attivazione del museo, dove la programmazione esce dalla dimensione espositiva per aprirsi a processi di confronto e produzione artistica condivisa. Allo stesso tempo, il progetto mira a costruire nel tempo «una mappatura di una nuova generazione di artisti trentini». Nellarco di tre settimane, una per ciascun artista, Leonardo Panizza (dal 15 al 19 aprile), Johannes Bosisio (dal 22 al 26 aprile) e Angelo Demitri Morandini (dal 29 aprile al 3 maggio), dialogheranno con il museo, il pubblico, e Cavalese. Il format prevede un calendario progressivo, con il sabato come momento centrale di apertura al pubblico con workshop, talk e azioni condivise che trasformano il museo in uno spazio attivo e partecipato. Curiosi di saperne di più, ne abbiamo parlato con Elsa Barbieri, nel cuore della seconda settimana del festival.

Elsa Barbieri. Ph. Fitime Sulejmani

Direttrice, Performa Cavalese sembra spostare il museo da spazio espositivo a spazio attivo e partecipato, una linea che, con la sua direzione, emerge anche nei progetti recenti: penso alle mostre di Marinella Senatore e Fulvio Morella, per esempio, che hanno coinvolto direttamente la comunità locale attraverso workshop e momenti condivisi. Il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese ha infatti sviluppato negli ultimi due anni una forte dimensione partecipativa, affiancando alle mostre attività con scuole, adulti e il territorio. Come è nato questo progetto e che tipo di esperienza vuole costruire per il pubblico?

«Questo progetto è nato come un baleno nella mia testa lo scorso dicembre, nel vivo dell’apertura della mostra di Marinella Senatore e nel mentre della definizione di quello che sarebbe stato il programma del 2026. Da un lato risponde al mio desiderio sempre dichiarato, ovvero quello di un museo vivo, partecipato e abitato dalle sue persone, dall’altra ha un fondamento, molto personale. Mi sono laureata con una tesi intitolata “Cosa resta di una performance” e fin dal principio del mio mandato, con Thomas De Falco, non ho mai nascosto il mio amore per questo linguaggio. Portarlo qui, portarlo a Cavalese, è sicuramente una scommessa, che mi sta dando molta soddisfazione: vedere gli abitanti di Cavalese appassionarsi, vederli confrontarsi curiosi e partecipativi ogni volta con artiste e artisti diversi tra di loro, mi rende molto felice perché credo nelle relazioni e nel museo come spazio e come esperienza relazionali».

Leonardo Panizza, Piante, 2026. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Fitime Sulejmani

Per questa edizione ha scelto di selezionare artisti trentini, con pratiche molto diverse tra loro: quali criteri hanno guidato questa selezione e che tipo di tematiche le interessa far emergere attraverso le loro ricerche artistiche?

«Il criterio è sempre uno, mi innamoro. Sono consapevole che sia più romantico che scientifico ma è proprio così. Leonardo Panizza lo conosco da qualche anno, quando ancora non ero “trentina”, come dice qualcuno. Johannes Bosisio l’ho conosciuto prima attraverso le sue opere, che ho visto nel suo studio a Trodena, ancora due anni fa. E Angelo Demitri Morandini è stata una bella sorpresa durante la scorsa Art City di Bologna. Ero a Palazzo Isolani, con Anneliese Pichler, per una rinnovata collaborazione del museo con Booming Contemporary Art Show, quando Angelo e io ci siamo incontrati. È nata immediatamente una bella sintonia, che non si limiterà a Performa – ma questo è a tutti gli effetti uno spoiler, che vi racconterò il prossimo anno! Gli artisti hanno ricerche e pratiche differenti, ed è questo l’aspetto interessante: Performa non è solo una staffetta, è anche un originale incontro artistico che ci permette di comprendere il legame tra realtà e rappresentazione così come dialetticamente esiste allinterno di unopera. Si tende a definire un’opera – o una performance – reale perché è immediata, ma in realtà ciò che si percepisce come immediato è spesso un rapporto, sapientemente mediato. Video, installazioni, dipinti e superfici cerose sono dunque tutti dispositivi che in maniera differente, con anche un coinvolgimento differente, ci avvicinano all’idea che per quanto un lavoro possa impegnare la realtà e la realtà possa essere intesa o immaginata oltre la rappresentazione, è altresì vero che molto dipende dallutilizzo delle tecniche di rappresentazione».

Johannes Bosisio, Performa Cavalese. Ph. Fitime Sulejmani, Museo Arte Contemporanea Cavalese

All’interno di Performa, il sabato diventa il momento centrale con workshop, talk e performance partecipate: quanto è importante, per lei, il linguaggio della performance oggi, e in che modo può attivare una relazione più diretta tra artista, istituzione e pubblico?

«Quello che accade il sabato nell’ambito di Performa Cavalese ha per me un’importanza fondamentale, è il momento della relazione, quello in cui il pubblico, chi partecipa, scopre che il significato di ciò che sta accadendo non è solo guidato da uno schema concettuale o da un esperimento che l’artista mette in azione, ma che anche e soprattutto risiede in ciò che succede, nei gesti e nei processi che accadono. Leonardo Panizza, per esempio, ha coinvolto il pubblico in una passeggiata che è stata l’occasione per sperimentare un “visore”, che lui ha brevettato e che un artigiano locale ha realizzato, che in maniera del tutto inaspettata si è rivelato un dispositivo relazionale: la sua forma allungata e il suo peso rendevano impossibile l’utilizzo senza “una mano”, un’altra persona che accompagnasse. Il linguaggio della performance, nelle sue infinite declinazioni, è di per sé contatto diretto, reazioni primarie, energia mobile, e relazione – relazione locale, per essere precisi e ricordare l’ART VITAL – determinata nel suo contenuto dalloccasione che le dà voce e che la fa venire alla luce».

Performa Cavalese, Leonardo Panizza, 18.4.2026. Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Fitime Sulejamni

L’obiettivo sarà rendere Performa Cavalese un appuntamento ricorrente nel tempo, come immagina levoluzione del progetto negli anni e che ruolo potrebbe avere nel panorama dellarte contemporanea nazionale?

«Nessun finale prestabilito, sarebbe il caso di dire, per restare in tema. Ma sì, assolutamente sì! L’ho immaginato per riproporlo anche nei prossimi anni del mio mandato, sempre con la stessa modalità: tre settimane, tre artiste o artisti trentini, tre opere o tre nuclei di opere e un momento performativo o partecipativo. L’obiettivo è anche quello di fare una mostra finale, una festa, e soprattutto un catalogo che possa valere come un principio di mappatura di una nuova generazione di artisti trentini».

Angelo Demitri Morandini, Inno alla gioia. Ludwig van Beethoven, 2026. Cera, paraffina, toner, legno, cotone e metallo, 44×31 cm. Ph. Paolo Sandri

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Tag: Angelo Demitri Morandini Elsa Barbieri Johannes Bosisio Leonardo Panizza museo d'arte contemporanea cavalese Performa Cavalese

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