Categorie: Mostre

Una ricognizione della scena contemporanea indiana in mostra al PAC di Milano

di - 27 Gennaio 2026

Quale via di fuga nel turbinio della contemporaneità? Quando tutto è in crisi rimane la necessità dello sguardo, la maniera detta espressiva di un’urgenza che mette in moto l’azione di un gesto con il bisogno impellente del proprio vivere. La mostra India. Di bagliori e fughe, a cura di Raqs Media Collective e Ferran Barenblit, e visitabile fino al prossimo 8 febbraio 2026, rientra nel viaggio intrapreso dal PAC di Milano attraverso le diverse espressioni dell’arte contemporanea internazionale. Prodotta dal PAC e Silvana Editoriale, la mostra è promossa da Comune di Milano – Cultura ed è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026. Con spirito di conoscenza, manifestazione di ciò che succede nell’altrove di luoghi e persone la cui presenza e spinta culturale paiono, in fin dei conti, non così lontane.

India. Di bagliori e fughe. PAC Milano, 2025-2026, installation view, foto Nico Covre

Ed è un gusto quasi inatteso poterla vedere, almeno per quelle notazioni estetiche che, come si è detto, assumono i tratti di una poetica radicata nel presente, tra gli antipodi di una memoria che ricorre e la criticità che incombe. Ventotto artisti in totale, di cui tredici hanno trascorso un periodo di residenza a Milano grazie alla partnership con Casa degli Artisti. Diverse collaborazioni, con studenti e studentesse della NABA, con il Museo di Storia Naturale, per dare adito a una complessità visiva che riesce, tuttavia, a centrare il proprio focus sulle singole opere e sull’insieme. Poetiche che operano, per dirla in una sola frase, dalle quali insorge il gancio tanto atteso di un contesto che da particolare che è supera i propri confini e si rigira alla volta di una dinamica che interroga globalmente. Installazioni, video e dipinti realizzati con tecniche tra le più disparate. Varietà non spaiata di una diversità che, malgrado tutto, in lungo e in largo, gioca una partita fondamentale, in quanto radice irrisolta e spinosa dell’oggi. Il disagio del “vivere associato” è dunque, e in questo caso, il movente dell’arte che interroga e si interroga senza avere la presunzione di dare una soluzione, ma di regalare almeno un poco la traccia di una via perseguibile. Perciò la fuga non è alienazione, né tanto meno dimenticanza.

India. Di bagliori e fughe. PAC Milano, 2025-2026, installation view, foto Nico Covre

Appare, al contrario, supportata dalla memoria quale possibile traiettoria che ricerca un “là” per consentire di abitare un “qui”. Difficile nominare tutti, eppure non si possono non citare almeno i gesti intrecciati di mani e avambracci che Millo Ankha porta in primo piano nel suo film Gestures (2024). L’atto “semplice”, in quanto chiaro e unito, dell’intreccio come pratica, come memoria e ritorno di un linguaggio nativo che indica, nella sua armonia, il sedimento essenziale di un’appartenenza. La memoria, maniera fondamentale per ricominciare e, magari, per poter naturalmente camminare nella routine che, volenti o nolenti, si è costretti ad attraversare un passo alla volta. Andare, deambulare, banalmente muoversi perché lo si deve fare, ma arrancare, o trascinarsi. Affrettarsi, viaggiare, esplorare. Quanto significato può assumere il verbo camminare nell’opera Diurnal Movement (2017) di Ritika Sharma, nelle sue composizioni di fotografie e negativi su dibond. Situazioni comuni, sulle quali si sovrappone lo spettro di un negativo. Un’altra scena, una forma di incontro. Il possibile, l’accadere. L’istantanea come forma di pensiero. Evoluzione incerta, percezione del non prevedibile che si verifica.

Millo Ankha, Gestures, 2024, Courtesy l’artista

Che sia anche questo una forma di intreccio? GABAA, collettivo con sede a Santiniketan, nel Bengala occidentale, scova nel dialogo con donne esperte di ricamo Kantha l’origine di una memoria domestica (সুদূরূ যাাত্রাা – from Collective Absence to Collaborative Voices, 2025). Nella casa come sito dell’apprendimento e il fare dei fili che legano generazioni e disegnano un modo di stare, pensare, appartenere. Non mancano poi riferimenti più diretti alla storia dell’arte e curiosa diventa la ripresa esplicita al Giardino delle delizie (1480-90) di Hieronymus Bosch di Shefalee Jain (The Garden of Delights, 2011). Sporte che chiudono il quadro centrale, più delicato e traslucido rispetto a quello dell’antico maestro, allude alle prime illustrazioni mediche, ai bestiari, alle storie dello spettacolo. Nel cenno della paura che non è mai fine a se stessa, bensì spinta verso la consapevolezza dell’esistere, con il macigno sulle spalle di un interrogativo inappagato. A volte indefinito, mancante, o marcato da quel senso di incompiutezza di cui i corpi rappresentati sono lo specchio, e che la mostra nel suo insieme rivela. Un dato perturbante che nondimeno accende il desiderio, la fiammella composta e perseverante di un piccolo bagliore.

Ritika Sharma, Diurnal Movement, 2017, Courtesy l’artista

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