Veduta della mostra, Venus Noire, Galleria Anna Marra, Roma, ph credit Simon d’Exéa
Cinque artiste convergono nella mostra Venus Noire, visitabile alla Galleria Anna Marra di Roma, per omaggiare il lascito di una donna che è stata uno straordinario simbolo di resistenza e controtendenza, di cui oggi ricorre il centenario dalla comparsa sulle scene parigine e il cinquantesimo dalla scomparsa. Joséphine Baker (1906 – 1975), celebre per la sua Revue Nègre (Théâtre des Champs-Élysées, 1925), è stata un fenomeno culturale, mediatico, politico, sociale. Segnò l’Età del Jazz come una delle sue icone più rivoluzionarie e accrebbe lungamente l’interesse europeo per il folclore culturale africano. Queste donne che oggi si lasciano da lei ispirare e che, in questa esposizione, ritraggono da un personalissimo punto di vista, assurgono al superamento dei rischi legati al segregazionismo, alla xenofobia occidentale e alla discriminazione di genere, per ripensare la tradizione africana e raccontarne il potente ingresso, ormai riconosciuto, nel contemporaneo.
Ad aprire il percorso è l’opera di Alexandra Karakashian e Laetitia Ky, con una narrazione pittorica e grafica che racconta di un’eredità personale e popolare al contempo. La tela Toward the sun, di Karakashian, è come il legno attraversato dalla sua linfa. L’olio motore esausto, scelto come espediente del dipinto, fende le trame della stoffa che, grezza, si lascia accadere ancora e ancora nel tempo. Il fregio bruno si propaga a macchia e si trasforma in un bigio poi plumbeo.
É l’esodo del suo popolo, una metafora scomodante che manifesta un fenomeno mentale ancor prima che politico, o economico, o sociale. Quel senso di disappropriazione a cui molti popoli, ancora oggi, sono costretti senza riserve, che non impone solo di cambiare luogo ma di estirpare radici emotive e familiari che, profondamente e tensionalmente, hanno richiesto una religiosa costruzione. Un’opera intima, quella di Karakashian, che fa del nero una sporcatura e un protagonista, ospite straniero di una trama senza finale.
Le fotografie di Laetitia Ky indagano invece la necessità di invertire il fenomeno corale di imperfezione di genere, esplorando il corpo come un potente strumento identitario e di appartenenza sociale. Sfruttando la sua fisicità e presenza scenica, l’artista ne celebra i difetti e li fa diventare il cuore della sua narrazione. Acconcia i suoi capelli come intricati rami di una scultura che prende spazio tutta intorno al suo capo. Adorna della sua crine bruna, fa di se stessa la stilizzata espropriazione di uno stereotipo culturale e razziale che la riporta al centro della sua storia. Così facendo, comunica messaggi di forza e assertività, unitamente a una profonda conoscenza della composizione dell’immagine.
Per la maggior parte sorrette da fondali monocromi, le sue opere reggono sull’impalcatura di due dimensioni spaziali – quella del soggetto e quella del suo sfondo -, che aderiscono perfettamente. Ma c’è una terza dimensione che le rende una profondità e una tensione di cui non ci si accorge subito, se non osservandola lungamente. Gli occhi di Ky sono rivolti all’obiettivo e chiedono di esser visti, chiedono allo spettatore che si porti via qualcosa. È fervente sulla pelle e lascia nello stomaco una traccia come un filo invisibile che, ancora un po’ dopo, ti tiene legata a lei.
Allo stesso modo fa Aida Muluneh. Performante, potente, sfrutta una diversificazione geometrica e cromatica che offre all’immagine molti piani di appoggio, sostenendo la narrazione con dovizia di particolari estetici. Un teatro di recupero e trasformazione sorretto dalla primarietà dei colori etiopi – il verde, il giallo e il rosso -, che dividono lo spazio con metodologia neoplastica riducendo in purezza forma e colore essenziali, pur non eliminando l’elemento oggettivo. Difatti, oltre alla presenza ben evidente dell’artista e del suo modulo, si distinguono oggetti d’uso tradizionali e decorazioni su volto e mani di lei che rimandano ai costumi della sua terra, sempre con l’intento di eradicare l’immagine occidentale di una cultura, quella africana, ampiamente affermata nel contemporaneo.
Nell’opera The Sacred Memory of the Divine – The Distant Gaze, l’artista siede con il busto di tre quarti e il viso frontale. Le braccia incrociate formano un triangolo composito ove nel mezzo giacciono le mani conserte. Austera e coerente, impone la sua presenza nello spazio e lo adatta alla misura della composizione, con le stesse imprimiture che Laetitia Ky soppesa in opere come African hairtistry.
Materiche e terrigene sono invece le opere di Seyni Awa Camara e Khadija Jayi, di straordinaria accuratezza e maestria. The relics of the earth 020, di Khadija Jayi – di origine marocchina – è un percorso di ribellione e resilienza impresso col fuoco. Per chi come lei trova nelle sue origini l’ostacolo stesso alla sua libertà, l’arte diventa un potente strumento di emancipazione. L’artista, a partire da un materiale manipolabile, che può controllare e trasformare a sua immaginazione, lavora con perizia. Dopo averla stracciata, placidamente ricompone la materia cellulosica imprimendola con acrilico e fuoco. Ne riemerge un tumulto composito quasi ferroso, dal sapore della polvere, che associa emergenza espressiva e tenacia manuale.
Quello dell’artista è un passaggio eviscerato dalla materia a un’altra materia, creata da lei, nuova e meditata. La sua armonia formale protende per una profonda e faticosa lavorazione, ove le diverse sfaldature materiche si dispongono come montagne emerse da visioni notturne. Un diaframma di carta nascente dal respiro di chi, della sua perseveranza, ne ha fatto un’identità culturale.
Seyni Awa Camara è originaria del popolo Diola e le sue sculture in terracotta mantengono un forte legame con la tradizione. Connaturata all’animismo, l’artista attinge alle pratiche artigiane della sua comunità per rappresentare il suo mondo interiore. Densa di immagini ancestrali cui sottrae la loro aderenza temporale, dà luogo a un’estetica magico-simbolica, citazionista e sardonica, del repertorio figurativo e allegorico del sacro, creando per esso delle discrepanze con le sue origini: volti incisi e abbrutiti, un corpo centrale a dare origine ai suoi molteplici, e un colore ferruginoso che si avvicina più alla terra che al cielo.
Questa mostra, curata da Alessandro Romanini e visitabile fino al 14 febbraio 2026, è un incredibile racconto collettivo di tenacia, forza e amore in tutte le sue declinazioni: non solo la terra ma anche i popoli, non solo un “io” ma anche un “voi”, non solo il passato ma anche il futuro.
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