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Alla scoperta dei depositi del Museo di Capodimonte, in un libro

Nell’ottobre 2019, si chiuse la mostra “Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere”. Allora ci fu un convegno durato due giorni e fu preso l’impegno della pubblicazione di un libro. Ed ecco, il 27 luglio scorso, la presentazione di questo libro, che riporta gli atti del convegno, il catalogo delle opere contenute nei depositi del Museo e Real Bosco di Capodimonte e riferisce della loro digitalizzazione.

Tanti gli interrogativi. Che cosa contenevano questi depositi e da chi e perché furono realizzati? Fu così. Si era nel 1930 e direttore di Capodimonte era Sergio Ortolani (1896-1949), un veneto estimatore dell’arte napoletana, che redasse, nel 1937, il catalogo della Real Pinacoteca – si era nell’epoca fascista e i reali erano i Savoia -, mettendo anche mano ai depositi. Qui, per prime, vi andarono tutte le sculture, che furono scartate perché non erano certo adatte a un luogo chiamato “pinacoteca”.

Dopo lo stop della guerra, le opere di Capodimonte che, per motivi di sicurezza, il successivo direttore, Bruno Molaioli (1905-1985), aveva dislocato fortunosamente altrove, tornarono in sede. E ci fu un gran lavoro di riordinamento, prima con Molaioli, poi con il sovrintendente Raffaello Causa (1923-aprile 1984), che interessò anche i depositi. Questi, tenuti chiusi per lungo tempo, furono mostrati per la prima volta nella citata mostra dei depositi 2018-2019. Fu un avvenimento straordinario, a suo modo dirompente, perché le opere, collocate in dieci sale, non seguivano ordine alcuno e nemmeno facevano cenno alla successione temporale, del prima e del dopo. Una mostra “sballante”, che suggeriva al visitatore di uscire dai soliti schemi e conquistare così una certa libertà di pensiero, incitandolo all’osservazione personale delle opere d’arte.

Ma perché queste opere, che erano belle, anzi, a volte bellissime, erano state scartate e chiuse in un deposito? Se ne chiedono ancora le ragioni. Che possono essere l’insufficienza degli spazi, un cattivo stato di conservazione, il mutato gusto dell’epoca, del direttore, dei curatori, o anche, sottintese, ragioni di opportunità, anche politiche. Cosicché nei depositi, dopo il referendum del 1946 “Monarchia o Repubblica?”, era stato messo il busto di Vittorio Emanuele che, primo re d’Italia, è chiamato Secondo, in quanto era secondo re di Sardegna e non intendeva farlo dimenticare alle regioni del Sud un tempo conquistate. Mentre erano state scartate e messe in deposito anche le opere artisticamente notevoli di Leopoldo conte di Siracusa (1813-1860), che era fratello del re Ferdinando II di Borbone (1810-1859) e un politico idealista, che avrebbe voluto che si realizzasse l’unità d’Italia attraverso l’accordo tra i Borbone e i Savoia (che, d’altronde, erano tra loro cugini).

Nello stesso tempo, guardando questi reperti, ci si poteva stupire e divertire per la scultura di un tacchino seduto su un porco, e ci si poteva lasciare affascinare dal raffinato esotismo degli oggetti che il famoso esploratore James Cook (1728-1779) aveva portato dall’Oceania a Lord William Hamilton (1730-1803), il vulcanologo, collezionista, naturalista e ambasciatore inglese, che li aveva dati in dono al re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825).

Questi oggetti esotici adesso sono in esposizione permanente nelle sale del museo di Capodimonte, insieme ad altre opere, circa 150, che – ci dice Maria Tamajo Contarini, curatrice della mostra, responsabile dei depositi del Museo e del Real bosco di Capodimonte e coautrice del libro – sono state fatte uscire dai depositi e ora, per la loro singolarità o particolare bellezza, si trovano stabilmente collocate nelle sale di esposizione.

Andrea Bolognino, Cecità, accecamento, oltraggio, a cura di Sylvain Bellenger, per il settimo appuntamento del ciclo “Incontri Sensibili”

Occorre dire che il carattere di questa mostra, volto a stimolare la partecipazione degli spettatori, era consentaneo ad altre due, con le quali formava una sorta di trilogia. “Carta bianca imaginaire” (17 dicembre – 18 novembre 2020), una mostra ideata da Sylvain Bellenger e Andrea Viliani, allora direttore del museo Madre, che consisteva nell’esposizione di opere scelte, tra quelle esposte a Capodimonte e secondo il proprio gusto, da dieci personalità, come Riccardo Muti, Vittorio Sgarbi e Gianfranco D’Amato. L’altra mostra, ideata da Bellenger, fu “Napoli, Napoli di lava, porcellana e musica”. Si trattava della rappresentazione di una città, la Napoli del Settecento, ed ebbe un successo straordinario per la sua singolarità e la sua magnifica realizzazione: iniziata nel settembre del 2019 fu prorogata fino all’aprile del 2021.

Museo e Real Bosco di Capodimonte Napoli, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica © photo Luciano Romano 2019

L’intenzione del Museo di comunicare il valore artistico delle sue opere è testimoniato anche da altre due iniziative, ancora in corso: “Incontri sensibili”, che accosta un’opera a un’altra di un diverso periodo storico, esaltandone la diversità – l’ultimo dialogo, tra il giovane artista Andrea Bolognino e il maestro Bruegel – e  “L’opera si racconta”, che la presenta con un corredo di documenti che ne rendono più evidente il significato (in questi giorni a Capodimonte ne è in mostra un esempio: la singolare, vitalissima edizione, opera di Cecily Brown (1969), de “Il trionfo della Morte”, un affresco quattrocentesco conservato a Palermo, a Palazzo Abbatellis).

Rendere fruibile a un pubblico sempre più vasto le opere di Capodimonte è il fine prioritario del Museo, che si traduce nella digitalizzazione delle sue opere. Il gravoso compito è affidato a Carmine Romano, Responsabile Digitalizzazione e Direttore del Catalogo digitale delle opere del Museo e del Real Bosco di Capodimonte.  Il progetto risale al 2017, quando fu definito il Masterplan, il piano generale, in cui si prospettava la digitalizzazione delle opere di Capodimonte, mentre si disegnavano altri tre ambiti di interventi: nel sociale, nel patrimonio e la tutela e, infine, nella botanica e l’ambiente.

Il compito affidato a Romano è quello della digitalizzazione delle 49mila opere d’arte confluite nel museo negli ultimi 250 anni. Si tratta dei 120 volumi di inventari presenti negli archivi del museo e degli 80 dell’Archivio di Stato di Napoli, che sono stati già digitalizzati e trascritti. Si mira a inserire questi inventari in un contesto più ampio, quello delle opere che circolavano all’interno dei siti borbonici. La meta ultima a cui si tende è quella dell’Inventario Unico, che semplificherà le operazioni di gestione del patrimonio artistico.

Forse è opportuno aggiungere che ogni opera catalogata viene ripresa con una fotografia ad alta definizione, per cui sono resi visibili anche quei particolari che l’occhio umano non riuscirebbe a vedere. Così queste opere si potranno studiare e ammirare, senza muoversi da casa, sul proprio computer. Certo, conoscere un’opera “in presenza”, come si dice, è tutt’altra cosa. Ma la sua visione sul computer serve anche a informare dell’esistenza di ciò che non si sa nemmeno che esista.

Altre iniziative future sono i depositi sotterranei di Capodimonte, dotati di queste foto, facilmente accessibili, da considerare una sorta di continuazione delle sale di esposizione del Museo, e la scuola di specializzazione informatica, da allocare nell’edificio del Real Bosco chiamato Casa Colletta e gestito congiuntamente dal Museo e dall’Università Federico II. Ma c’è, in fieri, anche il progetto di una mostra straordinaria: quella di un Capodimonte portato al Louvre (qui il nostro articolo). Oggi il grande Museo napoletano contiene, oltre alle sculture e alle pitture, oggetti di diverso tipo (porcellane, armi, ecc…), mentre accoglie, anche nel Real Bosco, manifestazioni teatrali e musicali, di danza e di cinema. Capodimonte – ha detto il direttore Bellenger – è un organismo in evoluzione, che mira a raccontare tutta la nostra storia passata, per quanto oggi, quando continuano guerre, distruzioni e massacri, sembra che il passato non ci abbia insegnato nulla.

Forse non è la storia che ha sbagliato il suo compito, ma siamo noi che le affibbiamo un compito che non può assolvere. Perché non è quella che noi pensiamo sia, non è una linea retta con il prima e il dopo, bensì è una curva che vichianamente si svolge e si avvolge, come i viali dei giardini intorno alla napoletana Reggia di Capodimonte.

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