Il British Museum è finito al centro delle polemiche e, questa volta, non c’entrano i Marmi del Partenone: la causa è un post che, pubblicato sui canali social del museo londinese il 3 marzo, è stato accusato di sessismo. Le critiche sono state talmente accese che il contenuto è stato poi cancellato ma ormai il latte era stato versato e il post è stato condiviso da migliaia di persone, non proprio felicissime. Nel video si svolgono alcune riprese panoramiche di Legion: Life in the Roman Army, ampia mostra che il British Museum ha dedicato all’esercito dell’impero romano. In sovraimpressione compare la scritta: «Girlies if you are single and looking for a man, this is your sign to go to the British Museum’s new exhibition and walk around looking confused», «Ragazze, se siete single e cercate un uomo, questo è il momento per andare alla nuova mostra del British Museum e passeggiare con aria confusa». La didascalia al video recita: «Come for the Romans, stay for the romance», «Vieni per i romani, resti per il romanticismo».
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Insomma, non sembra proprio il classico esempio di sottile british humor. O forse sì? Il video ha suscitato immediatamente reazioni contrastanti per i suoi riferimenti reputati sessisti ma il museo, in un commento, ha spiegato che il post voleva prendere in giro il trend incentrato sulla fascinazione verso l’impero romano, diffuso negli scorsi mesi in particolare su Tik Tok e rivolto soprattutto agli uomini, attraverso la domanda «Tu quante volte pensi all’impero romano in una settimana?». Dunque, l’obbiettivo della battuta era proprio il mansplaining e il museo non intendeva affatto suggerire alle donne di assumere alcun tipo di comportamento per compiacere gli uomini. Inoltre, il British Museum ha spiegato che il video non era un contenuto originale ma era stato creato da un’altra utente a fine febbraio e ripubblicato sui canali ufficiali del museo.
In realtà, il post incriminato è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Già l’argomento della mostra può risultare, se non controverso, facilmente fraintendibile. A partire dalla citazione che introduce l’esposizione, estrapolata da un testo di Vegezio, ricco possidente vissuto nel V secolo e autore dell’Epitoma rei militaris, un compendio dedicato alla riforma dell’esercito romano: «Pochi uomini nascono coraggiosi; molti lo diventano grazie alla cura e alla forza della disciplina».
Secondo l’archeologa Claire Millington, specializzata in epoca romana, la mostra del British incarna un «Immaginario fascista e sessista». «Il problema sta nella mostra e nella sua evocazione di un esercito romano che riguarda quasi esclusivamente i soldati», continua l’archeologa, che mette in evidenza come l’esposizione dei manufatti non sia stata accompagnata da un apparato informativo critico adeguato, aggiornato ai temi e alle urgenze della contemporaneità, in grado di mettere in evidenza e problematizzare, tra l’altro, anche la drammatica eredità dell’organizzazione militare romana, che fu ripresa, per esempio, nella Germania della dittatura nazista. Ma «La cosa più evidente è stata la mancanza di prospettiva sulle poche donne incluse nella mostra», scrive Millington. Per esempio, nella mostra è riportata la richiesta del soldato Terenziano di acquistare una donna come schiava ma non è includi nulla sulla donna stessa e sulla sua condizione. Insomma, un’occasione di approfondimento sprecata per proporre una mostra facilmente digeribile.
Sulla questione è intervenuto anche TrowelBlazers, progetto volto ad aumentare la rappresentanza delle donne nei campi dell’archeologia, della geologia e della paleontologia, che ha ribaltato il meme, includendo un po’ di statistiche: il 58,1 % dei direttori dei musei sono donne, il 47% degli archeologi sono donne e il 75% degli studenti di discipline museali sono donne. Quindi, «Ragazzi, stanchi delle app per gli appuntamenti? È il momento di andare al British Museum».
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