Categorie: Musei

Il Memorandum del CIMAM riapre il dibattito sul rapporto tra artisti e musei

di - 24 Novembre 2025

Il rapporto tra artisti e musei non è mai stato un terreno davvero pacificato. Nell’immaginario collettivo, l’istituzione museale rimane uno degli approdi più desiderati, andando a definire la consacrazione di una ricerca, la promessa di una durata. Ma questa relazione ha sepsso oscillato in maniera pericolosa tra collaborazione, dipendenza, aspettativa e conflitto. Se il museo garantisce un orizzonte di conservazione e riconoscimento, l’artista porta con sé l’urgenza del presente, dell’instabilità, di un percorso ancora vivo. È in questo scenario che il CIMAM – International Committee for Museums and Collections of Modern Art, l’organizzazione globale dei professionisti dei musei di arte moderna e contemporanea affiliata all’ICOM – International Council of Museums, ha introdutto un documento che può rappresentare una base di discussione, se non una metodologia: il Memorandum of Care and Understanding – MoCU, presentato a Barcellona il 20 novembre 2025.

Un nuovo linguaggio per un rapporto antico (e problematico)

Attraverso il Museum Watch Committee, attivo dal 2012, l’organizzazione monitora le condizioni delle istituzioni culturali nel mondo, considerando elementi come pressioni politiche e crisi economiche, intervenendo con prese di posizione, analisi e strumenti di advocacy. È in questo orizzonte che nasce il MoCU, che parte della ricerca Best Practices for Museums Working with Living Artists diretta dal sociologo belga Pascal Gielen. Il documento va a caratterizzare uno spazio pre-contrattuale in cui museo e artista mettono in chiaro non solo ciò che vogliono ma ciò di cui hanno bisogno reciprocamente, ciò che promettono e ciò che possono sostenere.

«Rappresenta un passo fondamentale verso un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto reciproco. In un momento di forte precarietà per molti artisti, questo strumento offre un quadro di supporto reale», così la presidente del Museum Watch, Zeina Arida, direttrice di Mathaf di Doha, sintetizza il senso del documento.

Oltre le best practices: le parole chiave del memorandum CIMAM

Negli ultimi anni questa tensione è diventata più esplicita. L’emergere di pratiche di denuncia come quelle di Michael Rakowitz e Nan Goldin insieme al suo gruppo PAIN, ha portato alla luce la cosiddetta “filantropia tossica”: la presenza, all’interno dei musei, di finanziatori e relazioni istituzionali in evidente contraddizione con le missioni etiche e sociali delle istituzioni stesse. In altre parole, il museo come luogo di apertura culturale, dialogo, cura e sostenibilità e, al tempo stesso, come spazio grigio attraversato da capitali opachi, dinamiche di potere, compromessi.

Il settore dell’arte vive quindi da tempo un crescente movimento verso la trasparenza: “fair pay”, tariffe minime, linee guida operative, strumenti per rendere visibile ciò che in passato era affidato alla buona volontà dei singoli. Ma, nota CIMAM, tutto questo rischia di restare insufficiente.

L’etica di una collaborazione artistica non coincide con l’amministrazione dei suoi aspetti materiali. C’è qualcosa di più profondo, che riguarda la texture affettiva del lavoro insieme: il modo in cui si negoziano vulnerabilità, desideri, asimmetrie.

La proposta del MoCU si fonda su tre principi interdipendenti. “Integrità” è la coerenza tra parola e azione, che chiede ai musei di essere all’altezza della propria missione e agli artisti di rispettare le ecologie istituzionali che li ospitano. “Reciprocità” è l’allineamento tra riconoscimento e redistribuzione, in cui né il rispetto sostituisce il compenso, né il compenso sostituisce il rispetto. Infine, “Cura” è la capacità condivisa di rispondere alla stanchezza, al dolore, alla differenza senza sentimentalismi.

Dalla governance al commoning

In un passaggio cruciale, CIMAM interpreta il MoCU come un segnale di passaggio dalla governance al commoning: il museo non più custode di oggetti ma guardiano di fiducia; l’artista non più semplice produttore ma partner civico. In un ecosistema segnato da quella che Gielen definisce «Repressive liberalization», un’erosione della libertà artistica operata non dalla censura tradizionale ma da metriche di efficienza, audit, auto-precarizzazione, il rapporto tra istituzioni e soggetti deve dunque ricalibrarsi su altri parametri.

La ricerca evidenzia anche come musei e artisti, pur da posizioni differenti, condividano oggi la stessa vulnerabilità: budget ridotti, pressioni politiche, ansia ecologica, esposizione a ondate di indignazione digitale. Una fragilità condivisa che raramente trova il suo linguaggio istituzionale.

Il MoCU, come “dispositivo di intenzione”, propone proprio questo: un lessico comune della vulnerabilità, per riconoscere una dipendenza reciproca. La risposta quindi parte dal linguaggio, un gesto minimo ma, nel contesto di un settore sempre più frammentato e polarizzato, potrebbe essere il primo passo fondamentale e necessario per ricominciare a immaginare il museo come uno spazio condiviso, non pacificato ma almeno onestamente negoziato.

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