Quando nel 2018 lessi di un nuovo tour della Bandabardó, la prima reazione fu “per fortuna esistono ancora”, e la seconda “voglio andarci”. La banda festeggiava i suoi 25 anni e lanciava un super concertone a Firenze che avrebbe aperto una nuova tournée nazionale. Poi, si sa, ognuno ha le sue avventure e a quel concerto non ci andai. Eppure, tra i tanti eventi perduti era quello che più mi tormentava, ancora la settimana scorsa mi dicevo che, finita la pandemia, sarei dovuto andare a vederli. Certo! Come se la Banda fosse qualcosa di fisso e immortale che stava lì ad aspettare, pronta a riaprire le danze e, forse, una porta nel tempo, e a farci “zompare” su tutto il male del mondo.
I sogni si infrangono spesso ma questo si rompe nel modo più doloroso. Oggi, 14 febbraio, nel giorno degli innamorati, se ne è andato Enrico Greppi in arte Erriquez, front man, chitarrista e ideologo della band toscana. L’ho messa sul personale e a chi non amava le sue canzoni potrebbe sembrare inadeguato…ma solo a loro. Il rapporto tra Erriquez e il suo seguito era qualcosa di intimo e fraterno, do ut des di emozioni, condivisione di un’ideologia, apprendimento di una filosofia e coltivazione di uno spirito di lotta. Quelle giovani menti che saltavano e danzavano ai suoi piedi erano un popolo, pronto a una rivolta fatta di fiori e canzoni in anni di strapotere liberista e di sopraffazione.
Negli anni degli editti bulgari in TV, della privatizzazione selvaggia, delle riforme che avrebbero sfasciato scuola e università, del proibizionismo spinto, fino ad arrivare alla Genova di Giuliani e della Diaz, noi protestavamo soprattutto con le canzoni…con i capelli lunghi, la maria e le canzoni. Fuori dagli anni ‘70, nostalgici di quegli anni ’80 in cui eravamo nati ma che non avevamo potuto vivere, scoprimmo una musica tutta nostra. Erano i Modena City Ramblers, erano i 99 posse ma, soprattutto, era la Bandabardó, quando nel 1996 uscì il Circo mangione scoprimmo che i nostri pensieri erano stati messi in musica e seguire la Banda diventò normale.
Sebbene non sono mai stati considerati dei big, la potenza dei loro live metteva i brividi, ogni volta l’emozione era la stessa, ogni volta prima e dopo il concerto un fuoco si ravvivava e ci faceva sentire perfettamente dentro il nostro tempo, dalla parte giusta della barricata, in mezzo a quelli che non avrebbero visto e capito dopo vent’anni o forse mai quello che stava succedendo, ma lo vedevano allora.
L’ultima volta che ci guardammo negli occhi – sì, perché Erriquez riusciva a guardare negli occhi tutti quelli che andavano a sentire – fu a Benevento nel 2008, l’anno dell’onda studentesca che occupava le università, in una città che produceva amici, amori e compagni di viaggio che ormai sono sparsi un po’ dovunque. Stagioni che passano, avrebbe detto un maestro.
E invece, a ben sentire, quel tempo può esistere ancora nel ricordo dell’abbraccio collettivo e totale del nostro personalissimo Mojito Football Club, esiste nelle note e nelle storie di canzoni senza tempo che ci venivano narrate da una voce calda e suadente, da re dei maghi e delle magone, esiste per chi odia il pigiama e, ovviamente, vede rosso; dal gridare nelle piazze viva Fernandez a viva Erriquez è un attimo davvero e, nel mio ultimo saluto, io non porgo denari, solo vino, allegria, il calore delle mani. I w Erriquez.
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