Protagonista della scena artistica inglese dalla fine degli anni Settanta, Antony Gormley (Londra, 1950) si è dedicato con coerenza ad una ricerca che utilizza il corpo (spesso il proprio corpo) per indagare la condizione mentale e fisica dell’uomo nel mondo. Ora, dopo quattro anni, lo scultore ritorna da Mimmo Scognamiglio per presentare il suo lavoro più recente.
Entrando, avvolta in un’atmosfera immobile e silenziosa, appare la prima scultura, dal titolo Suspension. Collocata di fronte a chi entra, al centro, appesa al soffitto della galleria. Sintetizza l’anatomia del corpo e coinvolge tutti i temi cari all’artista: l’esistenza, il tempo, l’enigma. “La scultura, per me, usa mezzi fisici per parlare dello spirito, il peso per parlare della sua assenza, la luce per parlare del buio, un medium visivo per rimandare a cose che non possono essere viste”, dichiara. Una sorta di magia, dunque; una zona intermedia tra terreno ed infinito. E tra figurazione ed astrazione. Di fatto, l’opera è un corpo d’acciaio del peso complessivo di 370 chili. Realizzato sovrapponendo elementi minimali rigorosamente scanditi, e caratterizzato da un equilibrio compositivo perfettamente regolato al proprio interno. Che accentua il senso di unità e di “massa” della materia scultorea.
La seconda stanza introduce al tema dell’energia con l’installazione Feeling Material XIII. Per realizzarla, l’artista, si è servito di un filo metallico lungo 1,5 km dando vita ad un fittissimo andamento rotatorio che, dal pavimento al soffitto e da parete a parete, si espande in giri sempre più larghi. Il visitatore è incoraggiato a muoversi intorno all’opera, ad assecondare l’andamento delle linee. Ma il suo sguardo finisce poi col perdersi senza ritornare al punto di partenza.
Gormley mira a mettere in discussione il rapporto tra il corpo (inteso come canale di conoscenza e consapevolezza) e lo spazio, stabilendo tra di loro una nuova relazione. Un’idea ben radicata in tutta la sua ricerca e che giunge, si sa, dalle dottrine filosofiche dell’Estremo Oriente (approfondite durante i suoi soggiorni in India).
Del resto, il titolo stesso Feeling Material, allude ad una materia viva, capace sia di agire come stimolo -ampliando la percezione che si ha dell’opera-, sia di captare e trattenere la tensione accumulata di quanti si trovano di fronte alla scultura.
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marianna agliottone
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