Nella torre cinquecentesca velata dalla leggenda, che narra della presenza di Michelangelo ai tempi della sua amicizia con la nobildonna Vittoria Colonna, si apre uno squarcio sull’opera complessiva di Hidetoshi Nagasawa (1940, Tonei – Manciuria). La precisione scientifica di un architetto, la capacità inventiva dell’artista, la pazienza zen: sono questi i diversi volti di un peregrino ciclista che, partito da Tokyo nel 1966, rimase a Milano a causa del furto del proprio unico mezzo di locomozione, la bici appunto.
Dal clima di sperimentazione vissuto vis à vis con Castellani, Fabro, Nigro e Trotta, Nagasawa ha selezionato bustine di materiali poveri miscelandole con quelle dell’imprevedibile gutai, che aveva apprezzato già durante l’adolescenza, traendone una sintesi artistica vicina al concettuale.
Una quindicina di opere installate tra il giardino e le stanze squadrate della casa-fortezza, prendono il via da Nicchia (1975), un’incuriosita Venere che lancia il suo personalissimo sguardo d’interni verso il calco rovesciato e lucidato del suo pube. Ma da quest’opera -che sa di déjà-vu- il suo autore si stacca e con metodo cartesiano costruisce sculture dalle grandi dimensioni in cui elementi rigidi come oro, bronzo, legno e marmo si piegano al di sopra di coordinate matematiche. La pesantezza dei materiali subisce una mutazione, divenendo plasmabile. Come nella Stanza di Melissa (opera site specific), dove nove tronchi d’abete, piallati e levigati, levitano verso l’alto in un procedimento che è equivalente ed inverso in Pozzo nel Cielo del 1995. È l’insostenibile leggerezza del piombo questa volta a far sprofondare in laghi saturnini lo sguardo indirizzato dalle lastre, disposte a due a due in simmetria.
E se in Compasso di Archimede tre aste di ferro intrecciate si flettono come stuzzicadenti ingabbiati dalla stessa scatola, che nello studiato contraccolpo si solleva, Nagasawa dedica inoltre uno spazio anche al gioco leonardiano di Aquila del 1989. Il principio delle eliche che si muovono per definizione vive infatti la sua contraddizione nell’averle fissate (attraverso delle catene di ferro) al tubo a cannocchiale imperniato al soffitto.
Contraddicendo le funzioni dei materiali nascono nuove realtà, di cui il sentire diviene proprietà olfattiva. È il caso del grande cubo in cera vergine di Zenobia, dal profumo concentrato e svelato al di là della tenda di seta che lo protegge. Oppure si formano nuove geometrie stilizzate. Come in Ipomee, un fiore bianco con sette petali vedersi cristallizzare in una lunga stella di rame dalla ritmica angolare delle sottilissime sfoglie, realizzate con la collaborazione di artigiani ischitani.
irene tedesco
mostra visitata il 15 luglio 2006
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