Willy Pete. Sembra il nome di un cartone di Walt Disney il codice usato dai marines per indicare la bomba al fosforo, anche nota come Mark77, versione aggiornata del napalm usato nella guerra in Vietnam e impiegato nell’attacco statunitense a Falluja nel 2004. Premessa essenziale, questa, poiché Mark77, insieme a molte altre belle parole, è stagliata nero su bianco, a caratteri tridimensionali, nelle opere presentate in questa seconda personale napoletana di Nemanja Cvijanović (Fiume, 1972).
Questi termini tuttavia non sono “parole in libertà” d’ispirazione futurista -come suggerirebbe la dicitura tavola parolibera a fianco dei lavori- ma sono tratti dagli avvenimenti della guerra in Iraq contro il regime di Saddam.
Termini confluiti in Plan B: Arab nationalism is no good for Plan A!, tre stampe fotografiche in cui una stella ebrea si auto-costruisce brick by brick con l’utilizzo di questo stesso termine. La parola-missile Privatisation distrugge invece una delle due torri gemelle, con riferimento -forse un po’ ovvio- all’America che distrugge sé stessa come ultimo frutto del sistema globalizzazione/consumismo/supremazia ideologica. Infine, la terza stampa, che se non leggessimo con attenzione la scritta in basso (Falluja, democratizzazione dell’Iraq dall’esercito degli U.S.A), sembrerebbe una propaganda nazista.
Cvijanović, rifiutando qualsiasi poetica intimista, affronta la realtà: “l’errore di questa società ipocrita e repressiva sta nell’occuparsi soltanto dei simboli, e non della risoluzione reale dei problemi sociali”. Si schiera così contro queste dinamiche ricordando i morti di Falluja in versi futuristi: “carne sciolta+staccata dalle ossa+vestiti intatti+volti leggermente rimpiccioliti+vestiti intatti+corpi senza ferite ma fusi” (le parole sono tratte dal resoconto di un militare americano che si firma “hekle”).
Una polemica aperta contro la spettacolarizzazione mediatica connota il video Otto minuti in una bomba. Marinetti vaffanculo featuring Spielberg, brevissimo frame da Salvate il soldato Ryan accompagnato dal sottofondo della voce di Cvijanović che recita una poesia –un inno alla distruzione- di Filippo Tommaso Marinetti. L’artista spiega così il bizzarro accostamento: “c’è lo stesso gusto malato nel dedicare una poesia ad una bomba che uccide quanto nel girare un film che glorifica l’esercito americano”.
Si aggiunge il tempo in levare di Jerusalem degli Alpha Blondy&Wailers che sovrasta l’installazione retroilluminata dentro un light box di All Right! A. Hitler. Le parole di speranza: you can see christians, jews and muslim. Living together and praying Amen! Let’s give thanks and prises… suonano come amara constatazione di un’utopica convivenza, possibile finora solo nelle parole di una canzone.
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mostra visitata il 3 ottobre 2006
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