Un’attività espositiva che sa cogliere gli aspetti più interessanti della contemporaneità e che ritrova, a distanza di due anni, Christian Andersen (Danimarca, 1974, vive a Zurigo). Il giovane autore si è distinto in tempi recentissimi all’Illy Caffè Art Prize e, in occasione della sua prima personale italiana, presenta un gruppo di foto, sculture e disegni, scelti dalla sua recente produzione.
Entrando, lo sguardo incontra When you’re inside is out, your outside is in. Detta così sembra un gioco di parole, eppure l’opera di Andersen è uno strumento di tortura e di delizia: una borsa specchiante capace di sottolineare il narcisismo dello spettatore ma anche di metterne in crisi l’immagine unitaria e definitiva. L’artista ha previsto un modo di comportamento. Sa, per esempio, che il soggetto non contemplerà l’opera ma che il ritmo indefinito e sfuggente della superficie lo costringerà a mutare il punto di vista. Il meccanismo psicologico consiste appunto in questo: l’immagine si scompone, e componendosi fa vacillare il mondo delle apparenze. Mentre, ormai priva di artifici o filtri, un’identità più profonda sembra emergere espandersi al di fuori dei suoi confini (e, paradossalmente, di quelli dell’opera).
Non meno visionarie le tre opere fotografiche del ciclo Lick the wick. Qui è facile scorgere l’evoluzione stilistica dell’artista rispetto a The perfect number. I riferimenti sono a portata di mano: le ambientazioni, tutte realizzate con grafica computerizzata, sono un misto di mistery e black story. Le atmosfere vaporose e i forti contrasti di ombre e luce sottolineano il tono romantico delle immagini. La sua è un’eleganza che oscilla tra suspence e perversità (ottenuta mettendo in scena adolescenti vulnerabili e dediti alla perdizione), ma è anche ambiguità . Tra frammenti della città contemporanea e un territorio immobile e indefinito.
Insomma, la perdita di misura e di equilibrio si ritrova un po’ dappertutto nella mostra. Nei disegni ad inchiostro, che però non vanno considerati come richiamo o, tanto meno, polemica a fatti storici o religiosi, ma come riflessione sulla natura offesa dall’uomo. E poi, nell’installazione dell’ultima stanza: l’albero (simbolo generazionale per eccellenza) che qui, invece, evoca qualcosa di frammentario, discontinuo e incompiuto. Quasi un embrione che nel momento in cui comincia a manifestare la propria vitalità , si blocca senza raggiungere un equilibrio proprio. Colonisation, appunto. La diversità e la contraddizione rispetto alla condizione naturale (e perché non mortificazione?). E poiché il legno è una materia viva capace di trasmettere la storia del suo farsi perpetuo, l’artista si è servito del poliuretano. Una materia che certo non dà la sensazione del vissuto ma che ricorda l’artificiosità dell’universo.
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marianna agliottone
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