Nel minimalismo dello spazio espositivo si viene subito risucchiati dai profondi occhi dei protagonisti ritratti. Dagli sguardi di chi vive viaggiando. Sguardi fieri di chi, pur respirando sempre odori nuovi, resta legato al proprio passato. Un passato che si tramanda tramite i racconti e, appunto, tramite sguardi. Sono proprio quegli occhi che Patrizia Posillipo (Caserta, 1975) ha voluto esplorare così audacemente, andando oltre la loro ferrea durezza.
Nei diciotto scatti in mostra non si legge la consueta tensione di chi, messo “in posa”, vuole apparire il più possibile disinvolto. No, perchè l’apolide cultura rom rimane tra le poche ancora saldamente legata ai propri principi, è la meno contaminata e come tale la più naturale e disinvolta.
Come nei più classici ritratti, l’artista suggerisce all’osservatore non solo la fisionomia dei soggetti raffigurati ma anche il loro carattere, curando anche la “messa in scena” degli oggetti che lo circondano. Ne nascono scene quasi seicentesche, dove anche le luci radenti fanno il loro gioco. Ancora, tra gli scatti emergono atmosfere brut, dove le ombre si stampano in modo grumoso sui volti, e dove le
Posillipo, dunque, realizza un fotografia dipinta, “colorando” e disegnando, scena per scena, i volti e i luoghi con ombre e luci. Anche la scelta della pellicola stampata con il contorno, con tutti i suoi difetti, emersi in modo naturale durante il processo creativo, influisce non poco sulla dimensione pittorica degli scatti.
Non è stato facile entrare nel campo rom e farsi accettare da persone solo apparentemente estroverse e in realtà così chiuse. Ma la voglia di raccontare un mondo ancora puro, legato ai propri costumi, ha spinto l’autrice oltre, così da raggiungere la parte più sconosciuta, raramente palesata al mondo. Patrizia Posillipo, conquistando con poche mosse la fiducia della comunità nomade, è riuscita a ritrarre dal profondo occhi innamorati, ambiziosi, pensierosi, pieni di speranza.
luigi rondinella
mostra visitata il 4 novembre 2006
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