A Napoli, nelle stanze dello Studio Trisorio, torna ad esporre, a distanza di cinque anni, Umberto Manzo (Napoli, 1960) con una personale che continua virtualmente (e contemporaneamente) nel piccolo spazio romano della stessa galleria.
All’indomani dell’importante mostra (per quantità e qualità del materiale esposto) tenutasi a Castel dell’Ovo nel 2003, che faceva il punto su vent’anni di ricerca personale dell’artista, oggi Manzo presenta una nuova evoluzione del suo percorso creativo. Di che si tratta? Principalmente di una concreta liberazione della pittura dalle scultoree teche in ferro, che per anni hanno rappresentato il suo marchio di fabbrica, atte a ricondurre il frammentario approccio pittorico/fotografico dell’artista all’unità dell’oggetto artistico finito. In tal modo il frammento si libera, propone la sua individualità ed è esso stesso, mediante il suo disporsi nello spazio, compresso nei margini del supporto ligneo, a dare forma all’opera.
Grafite, olio, cera: un vortice dai colori intensi invade visivamente la prima sala. Sui frammenti di tela, disposti a spirale ed ispessiti dal montaggio su legno, è visibile un intervento fotografico su emulsione, tanto caro all’artista: uno dei suoi autoritratti per parti. Ma sono i colori ad olio, raggrumati o a pennellate sui ritagli di tela, a fare la parte del leone, quasi a voler riconoscere a questa tecnica il rinnovato vigore che sta vivendo nell’arte contemporanea.
Solo in una delle cinque opere in mostra è presente una spessa cornice in legno color avorio, dai rimandi cromatici tutti interni all’opera, ma questa volta il tassello è libero, non è presente il vetro, quel diaframma che usualmente sigillava il lavoro dell’artista.
Profondamente coinvolgenti sono i lavori che fanno da chiusura al percorso espositivo: tre sagome di tela avorio dalla forma di teste umane che racchiudono in sé altrettanti spirali di colore, intorno a nuclei scuri di nebulose o di ammassi stellari, a metaforica rappresentazione di quel microcosmo (specchio del macrocosmo universale) che l’uomo porta dentro di sé.
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giovanna procaccini
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Bella mostra. L'artista merita molto di più di quanto abbia finora raccolto.
Mi sembravano più interessanti i vecchi lavori con le carte...
concordo con blueraven: se è vero che anche l'occhio vuole la sua parte, qui ne ha con gli interessi... e con piacere!