Un racconto essenziale e coerente, quasi uno still life, in cui emergono con chiarezza le emozioni e le contraddizioni del suo vissuto in città. Per Donna Marée Wilding (Aukland, 1968) Napoli è una città segreta, incomprensibile ad un primo sguardo, capace di accumulare tensioni da scaricare tra le quattro pareti di una galleria.
Anche se nate da motivi profondi ed esistenziali, nelle sue opere non c’è traccia di un giudizio morale. Al contrario, l’artista neozelandese mette in mostra un simbolismo essenziale, equilibrato; stemperato tra le sfumature della materia pittorica. Nelle undici tele che scandiscono le pareti, la Wilding utilizza esclusivamente il colore rosso, lo esalta, portando alle ultime conseguenze un mezzo pronto ad appropriarsi delle emozioni che lei stessa gli trasmette. La pittura è densa, la si vede brillare, coagulare, dilagare come colate di magma. Vivere, sull’onda dell’espressionismo astratto e del minimalismo, di un gesto meno dirompente e più concettuale che, alle volte, intercetta la leggerezza e la fragilità di una farfalla.
La sequenza stessa delle tele, poi, sposta l’attenzione su un’ambigua presenza immersa nell’ombra: un abito bianco, immobile, inquietante. Dal candore che abbaglia e dalla drammaticità sottolineata dalla luce che arriva dall’alto. Certo, un’opera costruita per appartenere di più ad un immaginario teatrale, con un’intimità che diventa quasi confidenziale e che insiste sul simbolismo del rosso: quella macchia di colore che non è più sangue ma segno capace di comunicare il dolore di una biografia inseparabile dal luogo.
C’è nell’abito una condizione di impalpabilità (la teca può intervenire come mezzo di difesa dai pericoli), ma è lo specchio (simbolo onirico per eccellenza) che rimanda ad un mondo altro, ultraterreno. Luogo atto a rivelare fantasmi che puntualmente tornano a turbare e che rivela l’illusorietà della realtà circostante: “Il mio confronto con Napoli”, racconta, “è stato come lo svilupparsi di una commedia nera, in alcuni momenti molto duro, in altri esilarante. “Opps, not so perfect” è il racconto visivo di questo viaggio. Le opere invitano lo spettatore a riflettere su questo confronto, con ciò che pensava fosse la perfezione, ma, alla fine, nessuno è perfetto…”.
Il racconto si sviluppa però per piani paralleli, mettendo in relazione il linguaggio visivo con quello musicale di Jim Pugliese. Batterista e percussionista newyorchese che ha tradotto “la bellezza e la fondamentale oscurità della città” in una composizione fatta di ritmi essenziali.
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www.jimpugliese.org
marianna agliottone
mostra visitata il 5 aprile 2006
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