Per chi conosce il lavoro di Eric Wesley (Los Angeles, 1973) è chiaro che sia lo stile che gli oggetti realizzati per la sua personale napoletana appaiono un po’ sfuggenti rispetto a tutte le esperienze precedenti caratterizzate da più rigore e precisione. La giovane promessa americana ha capito che oggi l’arte può essere individuata anche all’interno di una formula e, per questa via, rispolvera i vecchi principi alla base della creazione e lavora con la coscienza regolata sulla fisica aristotelica.
Addizione/sottrazione della materia, dunque, è il comune denominatore di questi recentissimi lavori, ma sostanzialmente diversi sono gli esiti della sua applicazione. L’itinerario della mostra è infatti pieno di sorprese. Sorprendente è l’analogia delle due sculture all’entrata con la precedente mostra di Nicola Gobbetto: strutturate per “occupare lo spazio” e realizzate con un assemblage di forme di polistirolo. Il processo di Wesley, però, gioca con due movimenti: uno di addizione delle forme, l’altro di sottrazione attraverso un gesto che taglia, spiana e frattura il nucleo solido della materia. Tutta l’operazione nasce in situ (come è evidente dal reportage fotografico che scandisce le pareti del corridoio) e, parodiando l’Hollywood Balls di Frank Gehry, risente dello spirito provocatorio e intenzionalmente monumentale dell’architetto canadese.
Nel susseguirsi di citazioni, anche il titolo della mostra (questa volta il riferimento è il leit motiv di una canzone di George Gershwin: “You say tomato. I say tomato. You say potato. I say potato”) può essere un utile richiamo. All’ironia si sovrappone l’illusionismo. Il coinvolgimento diretto del visitatore in un semplice (ma sempre efficace) gioco di punti di vista che, nell’installazione fotografica, avvia la ricostruzione del pomodoro e della patata, e proclama la percezione come fatto mentale.
La mostra, però, per l’occasione si conclude al secondo piano dove, nel vacillare di un appartamento in ristrutturazione, la ragion dialettica di Wesley dalla scultura di estende anche alla pittura. Nel rimando continuo a matrici e modelli culturali, l’artista da un lato sovrappone e dall’altro diluisce. Prima assume il motivo tipico del simbolismo europeo, la stella dorata, e la moltiplica fino a riempire la superficie della tela. Poi, con un gesto svelto e risolutivo, riesprime la pittura in privazione e sottrazione entro spessi contorni; trasformando quello ch’era massa e volume in velata, e un po’ acquosa, atmosfera.
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