Categorie: opera

Alberto Giacometti | Femme égorgée

di - 28 Aprile 2003

L’oggetto alla luce del surrealismo (1953), così intitolava un suo saggio Juan Eduardo Cirlot, l’autore del famoso Dizionario dei simboli, ed è in questa luce che si mette a fuoco la Femme égorgée (Donna sgozzata, 1932) di Alberto Giacometti. L’incontro con le avanguardie coincide con l’arrivo dell’artista a Parigi nel 1922. Sedotto doppiamente dall’idea di cambiare ambiente e dalla possibilità di un profondo contatto con l’inconscio proposta dai surrealisti, Giacometti spera di poter finalmente trovare una risoluzione a quel costante problema di fronte al visibile che da qualche anno tormenta i tentativi di rappresentazione mimetica nei suoi ritratti. “Sto dietro ad ogni dettaglio – diceva – gli sto addosso per farlo come lo vedo, ma il naso, gli occhi, si allontanano; se li guardo ancora mi accorgo che sono spariti. Vado avanti come posso. Ma non va bene”.
La Femme égorgée, rappresenta l’apice di questa tappa sperimentale, che vedrà la caduta dell’identità dell’oggetto in quanto tale e in cui, l’artista svizzero, passa da sculture cubiste d’influenza africana come La couple (La coppia, 1926), o Femme-cuillière (Donna cucchiaio,1926), attraverso una serie di esperienze che lo allontanano sempre più dalla rappresentazione tradizionale delle figure. Lo scivolamento “verso la sgradevolezza”, come lo definisce Jean Soldini, trova la sua teorizzazione negli schizzi preparatori degli Objets désagréables (Oggetti sgradevoli, 1930-1931) i cui volumi e linee anticipano la disumanizzazione violenta della Femme égorgé e. Aggressività tuttavia già presente in Homme et femme (Uomo e donna, 1928-29) , in cui però l’atto si presenta in potenza, quasi un accenno, determinando una relazione statica destinata forse a non essere mai consumata. Nella Femme égorgée invece il delitto è già avvenuto e ciò che si mostra allo spettatore sono i resti della violenza. La superficie liscia dell’oggetto contrasta con la sua forma contorta, inquietante. Siamo lontani ormai da Femme-cuillière, dove il ricorso alla forma “cucchiaio” serve ad evocare in modo efficace l’idea di donna; qui la donna è latente e la sua presenza riecheggia solo nel titolo dell’opera. E’ proprio il titolo a provocare inizialmente un senso di smarrimento per il suo contrasto con l’oggetto rappresentato, la negazione dei tratti umani trasforma l’essere torturato in strumento di tortura, carnefice e vittima si confondono avvinghiati l’uno nell’altro. Il contrasto è accentuato dall’incarnazione di un’idea di violenza e sangue sotto le spoglie di qualcosa che assomiglia a un insetto, la cui superficie liscia e levigata brilla sotto la luce. Una scultura così lontana dalle forme sottili e allungate, frastagliate e trasparenti del Giacometti maturo.
L’orrore e la violenza sono simboleggiati dunque da un oggetto che ricorda le forme di un insetto che stringe una preda. E’ dunque in questa giustapposizione d’immagini, quella che propone il titolo e quella che offre l’identità perturbante dell’opera, che la Femme égorgée supera la realtà e vi si sovrappone convincendoci come una metafora perfetta che ci turba nel profondo.

bibliografia essenziale
Alberto Giacometti, Scritti, presentati da Michel Leiris e Jaques Dupin, Abscondita, Milano, 2001
Jean Soldini, Alberto Giacometti. La somiglianza introvabile, Jaca Book, Milano, 1998
Yves Bonnefoy, Alberto Giacometti. Biografia di un’opera, Leonardo Editore, Milano, 1991

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progetto editoriale a cura di daniela bruni

[exibart]

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  • Un bella creazione-oggetto per una donna sgozzata eh? "La giustapposizione d’immagini, data da titolo e opera, supera la realtà, e vi si sovrappone…" speriamo solo nell'immaginario e non altro...mmm! Very fierce!

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