Categorie: Personaggi

Andy il pittore tamarro

di - 29 Marzo 2004

Come hai iniziato?
Sono partito dall’illustrazione, ma nella pittura ho messo a frutto la ricerca tecnica e quella di uno stile che potesse esprimere bene la mia identità.

Il tuoi quadri sono particolari, sono fluorescenti!
Mi ha sempre affascinato la possibilità che il colore si possa accendere. Sono colori che appartengono agli anni Ottanta ed hanno fatto parte della mia infanzia. Ora li riprendo.

E usi anche l’Uniposca?
Sì, lo trovo efficace per il mio tratto. Quando apparve fu una rivoluzione: un colore solubile in acqua che copriva ogni tipo di superficie e non si rovinava col tempo.

Gli anni ‘80 sono la fonte della tua iconografia?
Sì, perché lì trovo i personaggi che sono stati per me importanti. A volte li ritrovo su una copertina, che ridisegno e in tal modo inizio a capire come è fatto il volto di un personaggio che ho amato.

E ciò dove ti porta?
Mi fa capire meglio cosa mi affascinava.

Che rapporto c’è tra la tua pittura è la tua musica?
Condividono un principio di ordinamento nello spazio ben preciso. Se compongo un brano ogni elemento è collocato in un luogo molto preciso dello spazio acustico. Lo stesso vale per la tela bianca. Io proietto mie fotografie o immagini su tela, il che avviene come riempimento di spazi. Isolo piccole zone bruciando le sfumature e lì gioco nel cerchio cromatico e con i colori complementari. E poi tieni conto che con i Bluvertigo abbiamo attinto a varie tavolozze cromatiche, che oggi riprendo per mettere un sigillo a ciò che mi ha formato.

Nei tuoi volti è presente un’espressione dark, altro che pop…
Sì è così, c’è una ricerca assoluta dell’espressione. In certi casi il mio è soltanto un lavoro di campionamento per focalizzare l’attenzione sui modelli fortemente espressivi. Enfatizzo quello che mi interessa. Con la forza cromatica dal fluo, usato in maniera tamarra.

Tamarra…?
Si. Mi ritengo un pittore tamarro.

Ovvero?
Quello che vedi nella moda che rivisita oggi gli anni ottanta. Vestono la modella da tamarra degli anni ottanta, non come si andava in giro allora. I tamarri giravano con un motorino color arancio fluorescente e la marmitta molto rumorosa o cose del genere. Per attrarre l’attenzione.

Appartenevi a questo mondo?
Frequentavo altri ambiti come quello della breakdance, dove ho scoperto il colore fluorescente. Poi sono passato al dark e al gotico e quindi la luce al wood in locali tutti neri.

Ti senti duale?
Cerco di basare la mia vita sul due, su opposti polarità che si mettono in relazione.

Le tue opere sembrano avere una forte intenzione narrativa
Alcune sono storielle ironiche su un personaggio che si chiama “killer del phon”, che con una ventata di phon ripulisce l’individuo da un flusso d’amore posticcio che lo incatena. In altre opere invece sono vicino al campionamento. E’ un lavoro di patchwork che riprende il lavoro di arrangiamento musicale. Una frazione di realtà manipolata e messa in loop: una fotografia che metto poi in relazione con altri elementi e personaggi. Altre volte invece il personaggio è talmente forte che mi limito a fare solo un filtraggio, un omaggio.

Segui un’estetica della contaminazione quindi
E’ come la relazione piacevole tra persone, da cui non sai mai cosa scaturisce. E’ un mettersi in gioco costante.

Chi ti ha influenzato in pittura?
Keith Haring, capace di tracciare una linea e coinvolgere così tante persone nella semplicità del suo tratto.
Inoltre sono sempre stato affascinato dai surrealisti come Ives Tanguy. Mentre un padre assoluto della comunicazione visiva è Burno Munari, personaggio che rileggo spesso.

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renzo sciabola

[exibart]

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