Irene e Marco Cassina_ foto Roberto Marossi
«La galleria è strutturata in due spazi espositivi autonomi che possono accogliere due mostre distinte, o una mostra unica, oppure, in maniera più eclettica, una collettiva che crei dialoghi tra il pian terreno e il piano superiore». Inizia così Marco Cassina, a raccontarci della sua sua nuova avventura galleristica milanese, in zona Mecenate. Lo abbiamo intervistato.
Da Chelsea a Milano, ve lo sareste mai aspettati?
«Il progetto è nato a New York nel 2016 perché io e Irene già vivevano lì. Tutto è andato in maniera naturale. Abbiamo pensato che fosse fondamentale una tappa milanese, uno spazio flagship, anche per espandere quello che è il concetto di galleria e per far crescere la forza e la qualità delle mostre. Il rientro in Italia lo chiamerei appunto “espansione del modello”. New York la teniamo come un polo fondamentale viaggiandoci diverse volte l’anno e facendo private dealing».
Come avete scovato le Officine Areonautiche Caproni?
«Ho conosciuto il contesto attraverso le Officine del Volo (Sala ricevimenti Milano). Mi è piaciuta molto l’architettura anni ‘20 e questa sorta di villaggio fuori dal tempo con un fascino internazionale. Sembrano dei sobborghi di Downtown New York. Nello specifico questo spazio era un pò difficile da immaginare perché andava svuotato e ripulito. Ne abbiamo colto il potenziale ed è perfettamente congeniale, per struttura e dimensione, al tipo di progetto a cui pensavamo».
Cassina Projects sarà molto più di una galleria tradizionale..
«Cassina Projects permetterà anche di organizzare screening, talk, book signing per ampliare l’attività di galleria standard. L’obiettivo è quello di creare una sorta di hub dove artisti, collezionisti, curatori, appassionati o critici possano spendere del tempo. Il programma (ancora da lanciare) sarà in linea con le mostre e con gli artisti che rappresentiamo. Ad oggi tutti europei, nessun italiano. Inoltre abbiamo pensato ad un’iniziativa che si chiama CP Studio. Inviteremo degli artisti (senza un processo di application) – principalmente giovani, stranieri – che si ispirano a dei maestri italiani o che non sono mai stati in Italia. Abbiamo la volontà di spendere del tempo con loro e farli lavorare. Non necessariamente sono artisti che fanno parte del programma della galleria. Magari ci sarà un piccolo progetto a loro dedicato con le opere create nel periodo di permanenza».
Per la mostra inaugurale due tedeschi: Gerold Miller (1961) e Marcel Eichner (1977)
«Miller è uno dei nostri artisti established. Insieme abbiamo maturato l’idea di una mostra – mai fatta prima – dedicata alla sua serie Monoform. “The Monoform show” sottolinea molto la qualità dello spazio architettonico del piano inferiore. Di Eichner è la prima personale con noi dopo due anni. Era importante mostrare il cammino del pittore, dal figurativo abbastanza marcato all’astrattismo caotico, con dei lavori dal 2009 – eseguiti a Düsseldorf dove ha fatto l’accademia – fino al 2019. I due artisti sono radicalmente diversi, ma l’effetto è quello di mostrare a pieno lo spazio con un piglio diverso. Che venga organizzata una bipersonale o una collettiva, la signature della galleria sarà sempre il confronto – iniziato a New York – tra established e i giovani artisti – talenti che si accostano ad una generazione di collezionisti della nostra età. Come nella prossima mostra».
Qual è il vostro rapporto con le fiere?
«La prima che abbiamo fatto in assoluto è stata Dama a Torino l’anno scorso. Non proprio una fiera tradizionale. È stato molto piacevole e divertente. Il curatore Domenico de Chirico ci ha invitati suggerendo un progetto con Yves Scherer. Quest’anno avremo delle opere site specific in ceramica dei gemelli Gert and Uwe Tobias, legate alla tipologia di stanza che condividiamo con la galleria londinese Arcade. L’approccio alle fiere è abbastanza cauto. Dove c’è una fiera che ci interessa, è importante stabilire un dialogo con i collezionisti e le istituzioni locali. Perché l’obiettivo è quello di rifarla gli anni seguenti. Quest’anno c’è una sorpresa: siamo stati invitati a Shanghai per West Bund. È una fiera che abbiamo seguito online. È molto valida e ha una presentazione impeccabile. Il mercato cinese ancora dobbiamo approcciarlo in maniera sostanziale. Miart è una realtà che ci interessa, ma non abbiamo fretta di farla».
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