Non è più Ennio Morricone. La notizia è stata particolarmente sentita, più o meno come la sua musica. Suscettibile ancora di condivisioni, riproduzioni e nuovi arrangiamenti pure, il suo corpus resta scolpito nella memoria di tutti noi (anche quelli a venire), chiunque si nasconda dietro questa prima persona fantoccio.
Non spetta allo scrivente indicare la bontà del percorso di un Maestro che si è dato nella complessità della composizione tutta, non solo nella musica da film: la gara all’erudizione dei consumatori culturali sfocia nella condivisione accorta a mezzo social (questo disco qua, quella colonna sonora lì, il video di repertorio giusto, il biglietto del concerto quella sera – freddo addosso incluso) così da dover solo aspettare qualche post più in alto o più in basso, appena condiviso o ancora da condividere, per essere saziati a tappe, mai totalmente, ché per condividere tutto comunque devi operare una scelta e solitamente il silenzio non se lo può proprio più permettere nessuno.
Il potere dell’arte di essere socializzata è più forte dell’opera stessa e in questo compositore è calcificata più di ogni altri una sensibilità musicale in rapporto alle immagini cinematografiche. Ma anche la capacità di quella stessa musica di farsi assoluta, di poter lasciare le immagini orfane perché lei tanto può farcela anche da sola (che vendetta sopraffine) e buona parte della produzione di Ennio Morricone ricerca con insistenza questo statuto paradossale.
Magari alla ricerca del profilo impegnato sul compositore appena venuto a mancare, chi legge sarà dispiaciuto di non essere stato pedagogizzato abbastanza eppure chiediamo lui: chi viene prima, la musica o le immagini? Se proprio volete darvi una risposta, magari ripartite dagli intrecci con Elio Petri e proprio perché state leggendo exibart, sceglierete Un tranquillo posto di campagna così da fischiettare il tema principale!
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