Categorie: Personaggi

Cinque cose da sapere su Man Ray, aspettando la mostra a Milano

di - 22 Agosto 2025

Dal 24 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, Palazzo Reale di Milano ospiterà Man Ray. Forme di luce, un’ampia mostra che ci farà riscoprire uno degli artisti più eclettici e influenti del Novecento. Curata da Pierre‑Yves Butzbach e Robert Rocca, realizzata in collaborazione con Silvana Editoriale, l’esposizione si inserisce nel contesto della Cortina–Milano 2026 Cultural Olympiad, il programma che collega arte e sport in vista delle Olimpiadi invernali. Il titolo riprende una delle idee costantemente perseguita da Man Ray, quella della luce come materia espressiva, simbolica e poetica. Le sue opere si nutrivano di contrasti, di riflessi e opacità, dissolvendo i confini tra fotografia e pittura, immagine e oggetto.

In mostra circa 300 opere tra fotografie vintage, disegni, oggetti, rayografie, solarizzazioni, film sperimentali, ready-made e documenti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. Con capolavori come Le Violon d’Ingres o Noire et blanche, e poi nudi e ritratti iconici di artisti, intellettuali e muse come Kiki de Montparnasse, Lee Miller, Meret Oppenheim, e con una rassegna completa dei film d’avanguardia da lui realizzati tra gli anni ’20 e ’30, la selezione ripercorrerà tutta la parabola creativa dell’artista: dagli esordi newyorkesi al trasferimento a Parigi, dalla stagione dadaista e surrealista fino alle collaborazioni con la moda.

In attesa della mostra a Palazzo Reale di Milano, ecco cinque cose da sapere su Man Ray.

Man Ray, 1934

Man Ray non è il suo vero nome

Nato a Philadelphia nel 1890 da una famiglia di immigrati ebrei russi, il suo nome all’anagrafe era Emmanuel Radnitzky. Cresciuto a New York, abbandonò gli studi in architettura per dedicarsi all’arte. Fu autodidatta in fotografia, appassionato di pittura e innovatore instancabile. Scelse di chiamarsi Man Ray – unione tra “uomo” e “raggio di luce” – per sottolineare la sua ricerca sulla luce e sul visibile, trasformando il proprio nome in un manifesto poetico.

Fu legato alle Avanguardie europee e americane

Dopo aver fondato insieme a Marcel Duchamp il Dada newyorkese – con lui produsse opere iconiche come Dust e altri esperimenti dadaisti -, si trasferì a Parigi nel 1921, entrando in contatto con Breton, Éluard, Aragon e altri surrealisti. Collaborò con Kiki de Montparnasse e Lee Miller, musa e fotografa con cui inventò la solarizzazione. Frequentò artisti come Picasso, Cocteau e Oppenheim, fondendo fotografia, poesia e concettualismo.

Salvador Dalí e Man Ray a Parigi, il 16 giugno 1934

Rivoluzionò la fotografia, senza usare la macchina fotografica

Nel suo studio parigino, Man Ray iniziò a realizzare immagini senza fotocamera, poggiando oggetti su carta fotosensibile e lasciandoli impressionare dalla luce. Il risultato? Composizioni astratte e poetiche battezzate rayographs o rayografie, celebri simboli dell’avanguardia surrealista. Il termine fu coniato da Tristan Tzara, fondatore del Dadaismo.

Lavorò anche per la moda e la pubblicità

Negli anni Trenta, Man Ray rivoluzionò la fotografia di moda con il suo linguaggio visivo visionario e spesso ironico. Collaborò con Chanel, Schiaparelli, Poiret, pubblicando su Vogue e Vanity Fair. Le sue immagini sovvertono le regole dello stile classico e anticipano la fotografia pubblicitaria contemporanea.

Man Ray, Abito da sera in crêpe stampata di Elsa Schiaparelli, 1936 per Harper’s Bazaar, mars 1936, p.72d. Paris, Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris © Galliera / Parisienne de Photographie © Man Ray 2015 Trust / Adagp, Paris 2020 Reproduction: Galliera/Roger-Viollet

Fu anche regista, scultore, provocatore

Poliedrico per natura, Man Ray realizzò cortometraggi sperimentali come Le Retour à la raison e L’Étoile de mer, disegnò oggetti onirici e mise in discussione l’unicità dell’opera d’arte attraverso ready-made provocatori come il celebre Cadeau, un ferro da stiro con chiodi. La sua indifferenza alle etichette e la sua fede nell’assurdo ne fanno un punto di riferimento ancora attualissimo. Morì a Parigi il 18 novembre del 1976, l’epitaffio sulla sua tomba al cimitero di Montparnasse recita: «Noncurante, ma non indifferente».

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