Klaus Rinke. Credits: Thomas Brambilla Gallery
È morto Klaus Rinke. A darne notizia è la Thomas Brambilla Gallery, che ne ricorda il ruolo centrale nell’arte contemporanea internazionale e il lungo sodalizio umano e professionale. Nato a Wattenscheid nel 1939, Rinke è stato una figura cardine della scena europea del secondo Novecento, protagonista della Scuola di Düsseldorf e punto di riferimento per generazioni di artisti. Attivo dagli anni Sessanta, Rinke ha attraversato e messo in discussione i confini tra atto performativo, arte concettuale, scultura, fotografia e disegno, facendo del tempo e del corpo dei veri e propri strumenti di misura del reale. Nelle sue azioni e installazioni, il corpo dell’artista diventa unità di riferimento per leggere lo spazio, mentre l’acqua, gli orologi e i sistemi di misurazione ricorrono come dispositivi simbolici e materiali per rendere visibile lo scorrere del tempo.
«Ho scelto il corpo, ed i gesti che accompagnano il corpo, come mezzo smaterializzato e più comprensibile per creare una sorta di manuale, un ‘ABC’ del vedere, dell’agire e del sentire e, con ciò, anche dell’essere umano in generale.» Già dai primi anni della sua carriera, Rinke è stato molto attivo a livello internazionale, associandosi a movimenti artistici radicali come la Body Art, la Land Art e l’Arte Concettuale. La sua ricerca si è sviluppata in dialogo con l’ambiente culturale di Düsseldorf, accanto a figure come Joseph Beuys, Gerhard Richter, Blinky Palermo e Sigmar Polke, ma mantenendo una traiettoria autonoma, rigorosa, spesso asciutta.
Le sue Primary Demonstrations, successivamente tradotte in sequenze fotografiche, insistono su gesti essenziali, ripetuti, misurati, in cui l’azione è ridotta all’osso per interrogare i fondamenti stessi dell’esperienza fisica e percettiva. In queste azioni, il suo corpo assume la funzione di “corpo universale”: uno strumento attraverso cui misurare possibilità e limiti dell’esperienza umana in rapporto alle dimensioni spaziali e temporali, sperimentate sia in ambienti istituzionali che in contesti naturali.
Elemento ricorrente di queste azioni è l’uso degli orologi ferroviari, legati a un immaginario personale radicato nell’infanzia dell’artista, trascorsa nei pressi di una stazione, in una famiglia di ferrovieri. L’orologio diventa dunque un motivo centrale e persistente nella ricerca di Rinke, attraversando l’intera sua produzione, dalla pittura alla scultura, fino alla fotografia.
Ed è proprio la fotografia a restituire con più completezza l’approccio rigoroso e quasi analitico dell’artista, contribuendo alla definizione di un linguaggio visivo essenziale ma sofisticato, in cui gesti, forme e forze primarie vengono ricondotti a un sistema coerente, fungendo da dispositivi di registrazione e verifica. Una fotografia al tempo stesso concettuale e razionale.
Parallelamente alla pratica artistica, Rinke ha avuto un ruolo determinante come docente all’Accademia di Düsseldorf, dove ha contribuito a formare nuove generazioni di artisti e a trasmettere un’idea di arte come disciplina del pensiero prima ancora che come produzione di oggetti.
Il suo lavoro è stato presentato nelle più importanti istituzioni internazionali, dal Museum of Modern Art di New York al Centre Pompidou di Parigi, dalla Tate Modern di Londra fino alle ripetute partecipazioni a Documenta e alla Biennale di Venezia. Il suo lavoro continua anche oggi a interrogare il rapporto tra l’essere umano e le strutture invisibili che ne regolano l’esistenza: il tempo e lo spazio.
«Sono tedesco, ma non un artista tedesco! Sono un artista universale, nel senso che le idee di etnia non mi interessano minimamente. […] Sono tedesco, sono australiano, sono americano, sono europeo, sono un pesce, sono un cactus. Sono un albero, sono la pioggia, sono la neve, sono tutto. Il mondo oggi è diventato così piccolo che io sono ovunque».
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