Categorie: Personaggi

Graffiti Never Die/ Parla Dado

di - 6 Novembre 2018
Durante i giorni di Block the Wall 8 (BO) ho avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con Dado. Seduti sul marciapiede di Via Martelli, difronte al suo ultimo muro, gli ho chiesto di farmi un po’ di “teoria del writing”.
«La cultura del writing inizia in America negli anni ’70 e Phase2 ne è stato uno dei pionieri. Inizialmente la parola graffiti era utilizzata con un accento offensivo, dalle sfumature razziste. Oggi, invece, il termine è sdoganato perché tutti i writers del mondo definiscono così la propria opera.
I graffiti, intesi come composizione di forme, hanno rivoluzionato il soggetto, rendendo la scritta stessa oggetto d’arte. L’opera sta nel concetto di comunicazione. I writers hanno trasformato lo scarabocchio in nota visiva o, per dirla in maniera più accademica, hanno attribuito valore semantico al proprio sistema semiotico».
Si possono definire i graffiti dei “social ante-litteram”?
«I writers hanno anticipato di decenni – in maniera meccanica – il sistema dei social. I graffiti erano “in rete” già dagli anni ’70. La scritta sul muro era come un post a cui il pubblico rispondeva scrivendo sopra, o affianco, o sovrascrivendo. La genialità dei graffiti risiede proprio nella capacità che hanno avuto di precorrere i tempi».
Garage Carlotta Minarelli, Particolare Bozzetto. Cortina (BL) Foto S.Ferri
Che differenza c’è tra graffiti e street art?
«Si può dire che il graffito è la composizione musicale, mentre la street art è il testo che ci si canta sopra. La cultura di oggi è una cultura citazionale, nessuno fa più musica, utilizzano tutti campioni: gli street artist sono DJ che in maniera disinibita prendono campioni, brani dal passato, e li sciolgono uno sull’altro fino a far perdere le tracce della loro citazione. I graffiti sono pezzi di una carriera, di un’evoluzione, per questo si parla di “pezzi” e non di opere e la loro riconoscibilità è rintracciabile nell’uso della forma. Questa è la base della nuova comunicazione».
Com’è avvenuta la tua alfabetizzazione al linguaggio del sistema dell’arte?
«Una volta da piccolo mi hanno detto: “devi conoscere la storia dell’arte prima di parlare”. Così ho fatto di tutto per apprendere quel linguaggio. Da quando sono piccolo frequento Cuoghi Corsello, Barilli e sua moglie Borgogelli, sono andato a mostre, intavolo discussioni con amici che mi stimano come Andrea Mubi Brighenti, che ha la cattedra di Antropologia a Trento».
Passiamo ora a parlare dei tuoi pezzi. Si è appena conclusa la tappa romana del progetto espositivo nomade “Ailanto” con la pubblicazione del catalogo dell’iniziativa. Puoi descriverci questo progetto?
«”Ailanto” punta a una riflessione “sulle strategie di sopravvivenza dei linguaggi artistici alternativi, nati a latere del sistema ufficiale a partire dagli anni Ottanta”. È un ponte enorme che da Cuoghi Corsello arriva a me. Questo progetto, curato da Fulvio Chimento, rappresenta l’interdisciplinarità della proposta artistica ed è una dimostrazione dell’apertura del sistema dell’arte a quello del writing e della street art. Non si deve avere paura a mescolare questi due linguaggi, che possono convivere e arricchirsi a vicenda».
Da Roma a New York: è vero che di recente sei stato nel Bronx?
«Sì, è vero. Sono stato invitato da Fx, uno storico gruppo del Bronx di New York di cui faccio parte da sei anni, all’interno del quale c‘è la rappresentanza di molte nazioni: Messico, California, Florida, Italia, Norvegia, Germania, Spagna, Francia etc».

2018 INCURSIONE. DADO NEL ‘900 collezione privata Famiglia Minarelli, 1 THE LAST CLASSIC, Casalecchio di Reno (BO) foto S.Ferri

Tornando a Bologna, puoi dirci qualcosa di BLQ? Di che si tratta?
«BLQ è un’associazione che nasce 20/25 anni fa, da un’idea di Pazo e del sottoscritto, e che organizza festival.  Per un periodo abbiamo collaborato a “FRONTIER” con Fabiola Naldi e Claudio Musso, poi questo progetto si è fermato perché il gruppo ha ritenuto di non portarlo più avanti. Con Fabiola e Claudio c’è stato un primo tentativo di unire i due mondi ed è stato positivo avere la visione di quello dell’arte di strada da parte di due curatori con formazione accademica come loro. Li continuo a stimare, ma c’è stata una spaccatura ideale su come approcciare l’iniziativa. Diversamente da loro credo che si debba parlare di rottura tra i due sistemi piuttosto che d’inclusione, almeno fino a che non verrà fatto a New York un monumento a Phase2!! Fino a che non si accetteranno anche le origini dei graffiti e si ammetterà che i writers hanno creato un linguaggio che è universale».
Infine, due parole su OZ, centro sociale bolognese che da poche settimane è stato chiuso poiché lo spazio è stato acquistato dal Gruppo Unipol. Cosa rappresentava quella realtà per Bologna? Ci sarà un altro OZ?
«Un altro OZ tutti assieme, non penso. Stiamo cercando – con l’aiuto del Comune – nuovi spazi, ma non è facile ricollocare una realtà così grande. OZ era costituito da quindici associazioni (AICS, Eden Park, spazio TILT, BLQ, l’associazione dei breakers, rollerblade italia, ecc) era un vero centro sociale, interamente basato sullo sport. Aveva un valore incredibile in cui la città avrebbe dovuto investire, ma non è stato capito».
Maria Chiara Wang

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