Categorie: Personaggi

Huyghe a passi felpati

di - 21 Aprile 2004

Hai sconvolto gli spazi del Castello di Rivoli. Il tuo è un approccio polemico o pensi che sia inevitabile?
La mia non è una polemica fine a sé stessa. Se volessi fare polemica, farei come Maurizio Cattelan. Non dico che non sia interessante, anzi. Però io preferisco giocare con gli elementi che mi vengono assegnati. È come in musica: ci sono le note, che sono sempre le stesse, ma è possibile suonarle diversamente. È un modo di fare arte che entra in frizione con la realtà. Si tratta di de-regolamentare, di modificare e giocare con la regola. Non voglio giocare nel quadro, voglio giocare col quadro di riferimento. Non m’interessa fare piccoli aggiustamenti al suo interno, voglio agirlo. E questo non per forza con un atteggiamento di critica, ma con una prospettiva “acuta”.

Insomma, il nome di Duchamp è inaggirabile.
Certo! Ma io lavoro in modo meno frontale.

Nel tuo lavoro “relazionale”, il ruolo dello spettatore è enorme
Non m’interessa una interattività binaria. Schiacci un pulsante e succede qualcosa: va bene per i musei della scienza! Quello che è interessante è il tempo di visione e il percorso espositivo: grazie a questi due parametri, tempo e spazio, si dà un’esperienza. Dunque, non interazione con le opere, ma interazione con lo spazio nel quale ci sono anche le opere. Lo spazio nel quale si rappresenta l’opera diventa uno degli elementi in gioco. Non sono il primo a fare questo: penso alla minimal, ma anche a certi esempi molto teatrali…

Benedetto Croce riteneva che il lavoro collettivo non fosse autentica arte. Tu che hai lavorato in coppia con altri colleghi, cosa ne pensi di questa concezione “romantica” dell’artista, che ancora oggi sembra dominante?
Beh, in quell’ottica bisognerebbe eliminare i surrelisti, dada… Proprio un sacco di gente! Hai ragione, è una concezione romantica dell’artista, sognante nel suo studio, in solitudine, che soffre, si taglia l’orecchio… Qui c’è anche un discorso relativo alla firma, alla preservazione della firma, del logo…

In fondo, è una questione di copyright.
Sì, la circolazione delle storie che copyright e firma controllano. È allucinante, perché appena fai un lavoro con un altro, le gallerie storcono il naso, i collezionisti vogliono comprare i lavori di un autore ecc. Così si pone un problema di fondo, di resistenze. Resistenza che è rappresentata dalla firma individuale, ma anche dalle collaborazioni fisse e vincolanti. È un sistema rigido, al quale si può sfuggire facendo circolare le idee in modo cangiante: lavorare da soli, in coppia oppure in gruppo, senza sclerotizzarsi, parlare con gli scrittori, scrivere coi musicisti… Ho risposto in modo “teorico”, ma potrei anche farlo in modo “esistenziale”, e dirti che non me ne frega niente di apporre il timbro sul mio lavoro. L’interesse sta nel conoscere le persone, parlare, scambiarsi idee e magari lavorare insieme.

Quella del copyright è una questione che ha coinvolto i Panasonic, con cui tu hai lavorato, che hanno dovuto cambiare il proprio nome in Pansonic.
Esatto. In fondo è il problema del sistema capitalista, che sussiste grazie al concetto di autore e copyright.

Avevo affrontato questi argomenti qualche mese fa con Claude Closky e le sue idee sono molti simili. Ma a parte voi due, sembra che la Francia stia rallentando visibilmente nel campo dell’arte…
Beh, ci sono molti altri artisti, per esempio Philippe Parreno. Probabilmente dipende dalla visione locale cha abbiamo tutti noi. Anche a me, se penso all’Italia, vengono in mente solo Maurizio, Vanessa Becroft… Invece ci sono moltissimi altri artisti che magari sono meno noti perché non giocano con i codici del mercato, con la spettacolarità. Io so che in Francia, come in Italia, ci sono molti artisti validi, c’è una scena forte: penso a Pierre Joseph, Majida Kattari, Mathieu Laurette…

Il problema della scena francese sembra simile a quello della scena italiana: è un fenomeno locale.
Forse per alcuni artisti, talvolta, è di conforto non muoversi. A me piace invece andare fuori, ho bisogno di collaborare. Certamente la cultura del mio paese mi ha segnato, ma non amo affatto il nazionalismo. E poi bisogna guardare al sistema: negli anni ’90 non si faceva altro che nominare gli inglesi e ora cosa rimane? Quindici anni dopo, la macchina perfettamente oliata di Saatchi, Phaidon, le grosse gallerie come White Cube e Jay Joplin lottano per conquistare le prime pagine dei giornali popolari. È un meccanismo, un determinismo. E quali sono gli artisti interessanti? Resta un artista che ha parlato molto ma che ha giocato poco con tutto ciò: Liam Gillick, che d’altronde è scozzese.

In Francia, che influenza ha avuto il sostegno dello Stato agli artisti?
A priori non è un problema, ma può diventarlo. Ci si può impoltrire perché tanto arrivano i soldi. Ma è indiscutibile che se a 25 anni qualcuno ti dà dei soldi per allestire una mostra va benissimo. Diventa un problema se ti abitui a questo sistema.

Hai rapporti con artisti italiani?
Non direttamente. Incontro spesso e conosco molto bene Maurizio Cattelan, che però lavora sempre in solitudine e mi piace molto.

E con Closky? I suoi lavori in rete sono per certi versi simili al tuo approccio.
Questo è un caso interessante. Perché lo conosco da quando avevo 13 anni: è il mio migliore amico, andavamo insieme in skateboard nella periferia sud-ovest di Parigi! Claude lavora enormemente e con lui ho fatto una serie di interviste. Ha preso degli estratti di ciò che i critici avevano scritto sul mio lavoro, li ha ritagliati e poi mi ha chiesto: “Il tuo lavoro è così e così” e mi ripeteva cosa avevano detto. Io dicevo se ero d’accordo oppure no. Era una ri-valutazione della critica da parte dell’artista. Bellissimo!

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a cura di marco enrico giacomelli
intervista realizzata il 19 aprile 2004


Pierre Huyghe.
A cura di Carolyn Christov-Bakargiev
Museo d’Arte Contemporanea
Piazza Mafalda di Savoia – 10098 Rivoli (Torino)
info: tel. 0119565222/280; fax 0119565231; www.castellodirivoli.org
Catalogo Skira
fino al 18 luglio


[exibart]

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