Orio Vergani
In occasione di alcuni incontri mondani o semplicemente di fronte a un buon aperitivo, Orio Vergani, il fondatore di Nowhere Gallery che ci ha improvvisamente lasciato a soli 49 anni, soleva dire che, avendo investito tutta la vita su giovani autori e autrici sperava che, prima o poi, sarebbe stato mantenuto dal primo di loro che avesse raggiunto l’agognato successo.
La frase tradiva un po’ di fatica e amarezza, insieme all’orgoglio di avere sempre mantenuto la barra dritta nella costruzione di una galleria indipendente, un piccolo laboratorio per le ricerche e l’esposizione di lavori inediti da una generazione emergente che spesso non ha occasione di esprimersi. “Orio è una di quelle persone che mi hanno cambiato la vita. E’ grazie a lui se oggi posso dirmi artista, se guardo e ascolto le cose in un certo modo. Orio è stato il primo gallerista a propormi una personale, e poi due e poi tre, e qualsiasi cosa facevo al di fuori di Nowhere era sempre con me per supportarmi, a mettermi in crisi, a farmi riflettere per poi farmi tornare sempre più forte all’idea originale, che intanto si era affinata, era diventata radicale, come lui”.
Le parole pubblicate questa mattina sull’account Instagram di Fabrizio Vatieri, uno degli autori che hanno mosso in primi passi alla Nowhere con una Trilogia di mostre tra il 2017 e il 2019, esprimono la forza della relazione personale e il dolore ad essa collegato, ma anche del senso che un gallerista dovrebbe avere per gli autori e autrici con cui lavora.
Nowhere Gallery è da sempre in via del Caravaggio 14 a Milano, anche se nella linea temporale presente nel sito della galleria che racconta con cura la sequenza delle mostre e degli artisti invitati il primo evento segnato è del 1 febbraio 2001, con una mostra di sculture di Massimo De Caria ospitata presso lo spazio di Antonia Jannone.
Questo forse spiega il senso del nome che Orio ha dato alla sua creatura, un luogo che è ovunque e da nessuna parte, uno spazio di utopia concreta in cui giocare e sognare insieme, una galleria che fosse insieme commerciale, sperimentale e politica, in un equilibrio identitario che si muoveva tra arte contemporanea e fotografia di ricerca.
Orio era un personaggio profondamente milanese, nella parlata e nei modi sottilmente paradossali ma sempre cortesi, nipote di una delle grandi firme italiane dello sport, con un percorso autonomo nel mondo dell’arte e della editoria sviluppato lungo almeno vent’anni segnato dal piacere della scoperta, una personale intransigenza, grande curiosità e il piacere della scrittura.
Colpisce che nell’invito del primo evento ci sia la chiara indicazione di “pantagurelici cocktail” che esprimono molto bene il carattere ferocemente ironico di Orio Vergani, anarchico e punk nello spirito, sempre vestito con eleganza da signore metropolitano che si muove alto e dinoccolato tra gli angoli di una città che gli era così familiare.
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