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L’intervista/Juliana Engberg, direttrice della Biennale di Sidney | L’arte? È un discorso amoroso

di - 21 Marzo 2014
Quante volte recentemente si è rimarcata la mancanza di “poesia” nell’arte contemporanea? Spesso la pratica della creazione si è contratta in nuove forme, seguendo le “forme” della crisi degli ultimi anni, più ermetiche e meno estetiche, attraverso le quali si è tentato di raccontare il mondo in difficoltà. Tralasciando qualcosa che invece sembrano cercare gli appassionati, o quelli che vengono bollati come i naif, i “retrò”: le emozioni. Superflue? O ancora indispensabili? Come poter raccontare allora un’arte (e chi comprendervi) che attivi canali di sensibilità, di empatia, di “amore” attraverso le opere? Ci prova quest’anno Juliana Engberg, con la sua 19esima Biennale di Sydney. E lo fa partendo da un titolo, “Tu immagini ciò che desideri” (tradotto in italiano), che sembra fare leva su un romanticismo sepolto, e sulla visionarietà di 90 artisti. Ma non tutto fila liscio. Recentemente Libia Castro, Ólafur Ólafsson, Charlie Sofo, Gabrielle de Vietri e Ahmet Ögut, hanno ritirato la propria candidatura. Il problema? Tra i main sponsor della kermesse figura la Transfield Holdings, società australiana designata ad occuparsi, per conto dello stato, della gestione di due centri di detenzione (Manus Island e Nauru) accusati di violazione dei diritti umani. Sulla faccenda Engberg alza un muro di silenzio. Ma la protesta non ha allentato la macchina della biennale, che vedrà in scena tra gli altri artisti provenienti da 31 Paesi del globo, Pipilotti Rist, Douglas Gordon, Mircea Cantor, Yael Bartana, Gabriel Lester, Tacita Dean OBE, Ugo Rondinone, Rosa Barba, Martin Boyce, Janet Cardiff, David Claerbout, Roni Horn, Eva Rothschild, Ulla von Brandenburg e Zhao Zhao. Una manifestazione che, nonostante le defezioni, non rinuncia a mettere a fuoco la capacità dell’arte di essere terribilmente seduttiva.
Ma ora la parola a lei, Juliana Engberg, ex curatrice dei programmi artistici del Melbourne Festival dal 2000 al 2006, nel 2007 alla Biennale di Venezia come curatrice del Padiglione Australiano, una cattedra di Architettura, Design e Arte alla RMIT University, e altre due Biennali alle spalle: quella di Melbourne nel 1999 e, come senior curator, quella di Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2002.
Per prima cosa le chiedo: si aspettava questa nomina? Si ricorda cosa ha pensato quando le è arrivata la comunicazione che avrebbe diretto la Biennale?
«Per niente! Stavo lavorando all’ACCA [Australian Centre for Contemporary Art, dove è direttrice n.d.r.], e avevamo appena inaugurato il progetto con Pipilotti Rist: la chiamata per la Biennale è arrivata del tutto all’improvviso. Diciamo che l’ho presa con un un approccio leggero leggero».
Come ha preparato la manifestazione, in questi ultimi due anni?
«Nuoto ogni giorno (più o meno) e inizio a lavorare alle 5.30 del mattino quasi tutti i giorni. Dico seriamente, è tutto vero. Ci sono vari modi per fare una Biennale, e questa è la mia terza, ma tutti richiedono una profonda concentrazione, forte disciplina e lavoro costante. Per questa edizione di Sydney siamo passati da un opening a giugno, come era stato nelle scorse edizioni, alla fine di marzo e, effettivamente, se consideriamo l’estate nell’emisfero boreale e quella nell’emisfero australe, significa che la pianificazione e il tempo di consegna del progetto è stato di circa 12-13 mesi. Fin dall’inizio ho deciso che avrei fatto tutto ciò che il tempo mi avrebbe permesso, ovvero incontrare per davvero gli artisti, guardare i lavori, “provare” idee senza pensare troppo alla dimensione dell’evento, concentrandomi invece sul processo curatoriale, che consiste nello sviluppare una vera relazione con le opere che si scelgono di mostrare o che si commissionano. Per cui ho viaggiato da un capo all’altro del mondo (ma non ovunque volessi, il tempo mi ha sconfitta) e ho conosciuto la maggior parte dei protagonisti che saranno a Sydney quest’anno. È stato davvero un piacere».
Di questi tempi parlare di immaginazione, poetica e incanto sembra decisamente una sfida. Una sfida finalmente positiva che guarda sotto un altro punto di vista l’epoca della crisi, non più attraverso una “documentazione”, ma con la voglia di cambiare la società attraverso le inclinazioni e le attitudini della creazione artistica. È così?
«Dobbiamo immaginare un futuro, e dobbiamo restare motivati, questo è l’impulso evolutivo dell’essere. Preferisco senza dubbio la poetica alla didattica, e la mia ricerca è improntata per portare il pubblico ad un’arte che abbia una potente risonanza, verso incontri vivaci che possano rinnovare desideri ed immaginazione. È più facile essere didattici e negativi, in una sorta di continua reiterazione dell’era post-moderna. Ma con questa biennale io voglio aprire nuovamente il carattere potenziale dell’arte, e non rimanere all’interno del ciclo della disperazione. Viviamo in tempi interessanti e volatili; nella società stiamo cercando il cambiamento, ma non vi sono ancora evidenze di miglioramento. Non ci sono né Zeitgeist, né mutamenti di paradigmi in questo momento storico, quindi dobbiamo fare ciò che possiamo a partire dalla molteplicità di storie e speranze che accendono la scintilla del risveglio nelle persone. Questa è la ragione per cui uso un ampio numero di metafore elementari, come del resto fanno gli artisti che ho scelto. Queste cose vivono profondamente nella coscienza umana e ci attivano profondamente, sempre, sia in modo fisico che psicologico».
Per sostenere la Biennale di Sydney è stata attivata una campagna di crowdfunding. Come sta vivendo l’Australia la crisi che attraversa il mondo occidentale? Il crowdfunding è legato a tagli governativi nei confronti della cultura, alla mancanza di finanziamenti pubblici? [A questa domanda risponde Marah Braye, Chief Executive Officer della Biennale]
«L’Australia è in una posizione fortunata al momento: riceviamo notevoli fondi che riflettono il riconoscimento del governo al contributo che la Biennale porta all’economia e alla cultura. Come organizzazione in crescita, cerchiamo diverse fonti di finanziamento per continuare a crescere, e per consegnare al pubblico un evento veramente impressionante: la campagna di micro-donazioni è solamente un esempio di questo».
Parliamo delle opere: come hanno risposto gli artisti? C’è un medium che si riscontrerà più presente degli altri? Quanto c’è di site specific?
«No, non c’è un medium dominante. Molti lavori sono installazioni tridimensionali. Anche il video è forte e con l’avanzata della tecnologia, porta spesso con sé una grandissima qualità cinematografica. La fotografia è ancora ben utilizzata ma spesso come base dove altre cose crescono…i collage sono numerosi. Il site specific è in molte istanze, ma specialmente su Cockatoo island: l’isola è piena di anarchia felice! Le performance sono inserite in molti aspetti dei progetti, così come i suoni e le voci sono particolarmente importanti in molti lavori. Questa Biennale è iper-sensoriale in tutte le direzioni!».
Pensa che questa edizione di Sydney sarà un primo passo verso una nuova dimensione più “positiva” dell’arte contemporanea? Quali sono le tensioni che vede?
«Eviterei di vantarmi di una tale idea. Come ho detto, questa è solo un’edizione tra tante. E ve ne saranno altre dopo questa. Non è epoca di Zeitgeist: potremmo fare un piccolo passo verso l’immaginazione ma poi essere abbattuti dalla dura realtà il momento successivo. Tutto è volatile e fluido in questo momento, ma spero che le persone che visiteranno la Biennale ne potranno prendere il meglio, per loro, sentendo la sua energia».

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