Categorie: Personaggi

L’intervista/Newsha Tavakolian | La fotografia come respiro

di - 3 Ottobre 2012

Sembra ancora più giovane della sua età Newsha Tavakolian (Teheran 1981), con i capelli sciolti sulle spalle, lo sguardo luminoso e il sorriso timido. La fotografa iraniana è a Roma (un viaggio-lampo di soli due giorni) per presentare Listen, che inaugura il nuovo spazio espositivo di Ilex Photo in Via in Piscinula. La mostra (aperta fino al 17 ottobre) è curata da Deanna Richardson e fa parte del circuito di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma, che dedica la sua undicesima edizione al tema del lavoro.

Listen – selezionato anche per la III edizione della rassegna Film Middle East Now di Firenze – è un progetto del 2010 che coniuga fotografia e videoinstallazione.

Nella galleria di Trastevere, Tavakolian posa davanti ad una sua foto a colori stampata in grande formato, che inquadra una ragazza vestita di nero con due polli spennati, uno nella mano destra e l’altro nella sinistra. La giovane è ferma in mezzo alla strada asfaltata, delimitata dal guardrail, alle sue spalle palazzoni in costruzione della periferia di Teheran.

Ritroviamo la modella che si chiama Negin (vuol dire ‘diamante’), ed è la sorella minore della fotografa, più giovane di lei di sei anni, sempre vestita di nero e con il fazzoletto che le incornicia il volto, nelle altre cinque foto: emerge dalle onde del mare, indossa guantoni rossi da boxe, ha la testa chiusa in un cubo trasparente, ma anche il diadema e, guardando bene, le lunghe laccate di rosso.

Ognuna di queste immagini di “daily life”, come spiega Newsha Tavakolian, è associata alle sei cantanti iraniane a cui l’artista dedica un cd (vuoto). Nel video in mostra (e nei ritratti fotografici delle cantanti) le performer hanno gli occhi chiusi e le labbra che si muovono. Ma non c’è alcun suono. La stessa autrice, del resto, chiede di rispondere alle domande di quest’intervista per email. Nel suo paese l’equilibrio è sempre precario e un passo falso può essere decisivo.

Fotoreporter dal 2001 per Polaris Images, Tavakolian collabora con The Times e altre testate internazionali. Recentemente è uscito il suo libro Fifth Pillar (Gilgamesh Publishing), in concomitanza con la mostra “Hajj: Journey to the heart of Islam” al British Museum di Londra e, la foto Khorramabad, Iran (2009) è stata inclusa nel volume Contatti. Provini d’autore di Giammaria De Gasperis (Postcart). Tavakolian è tra gli artisti di “Light from the Middle East: New Photography” al Victoria & Albert Museum di Londra dal 13 novembre 2012 al 7 aprile 2013.

Hai la passione per la musica da quando eri bambina: da grande avresti voluto fare la cantante. Listen nasce, quindi, sulla scia di un sogno, ma introduce ad una realtà che nel tuo Paese è da incubo. Ricorrendo alla metafora del video muto, in cui vediamo solo muoversi le labbra delle cantanti, la testa chiusa in una scatola trasparante o i cd vuoti, racconti come in Iran sia proibito alle donne cantare in pubblico da sole e anche incidere dischi da soliste. Come è nato questo progetto in cui sei cantanti hanno dato “voce” a Listen?

«Sono delle cantanti che esistono realmente, ma che in Iran non possono cantare. Almeno non da soliste, come dicevi. Non possono incidere cd, né cantare in pubblico. Questo è il motivo per cui ho creato per loro le copertine di cd immaginari. Non sono cantanti note, tranne Mahsa Vahdat, che è famosa anche all’estero».

Ti sei avvicinata alla fotografia da autodidatta, iniziando la carriera professionale collaborando con Zan-e Rooz, l’unica rivista femminile iraniana. Quali erano i riferimenti culturali che hanno nutrito il tuo sguardo?

«Sentendo la voglia di diventare una donna forte e indipendente, ho iniziato il mio viaggio come fotografa a tempo pieno all’età di 16 anni. Ho dedicato il mio tempo a catturare un’immagine del mondo che non è mera imitazione di tendenza, ma un modo curioso di vedere quello che mi circonda. Attraverso la lente della mia macchina fotografica ho esplorato il mondo, così la fotografia è diventata uno strumento che mi ha aiutata non solo a lasciare il segno nel mio ambiente, ma anche in me stessa. Ho imparato che se sento che la mia vita è piatta e noiosa, non c’è alcun elemento esterno che la può cambiare. Sono io che devo fare la prima mossa, aprire nuove porte e allargare gli orizzonti».

La fotografia ti ha permesso di aprire molte porte chiuse della società iraniana, come hai affermato nell’intervista con Sara Raza di Ibraaz, in cui hai parlato di “barriere invisibili” e “tabù sociali”. Il tuo interesse si è orientato da subito verso il sociale?

«La fotografia è il mio nuovo modo di vedere la vita, sia come è nella realtà che come potrebbe essere nelle diverse situazioni. Quindi non sto solo documentando con distacco una serie di eventi, sto cercando di trovare una collocazione nel mio mondo della fotografia. Ho deciso di presentare un’immagine creativa della realtà, perché sono stata costretta a passare dal fotogiornalismo alla fotografia concettuale, a causa della forte pressione in Iran. È come quando si ha il naso chiuso e non si può respirare, allora per sopravvivere bisogna respirare con la bocca. La fotografia artistica è il mio nuovo modo di respirare in un mondo soffocato dalla censura».

Dichiari di non fare un lavoro di denuncia, ma di raccontare la realtà iraniana senza schierarti politicamente. Però, durante le proteste post elezioni presidenziali – nel 2009 – hai scattato fotografie partecipando ai cortei pro-Moussavi, guardando la gente negli occhi (non certo con il teleobiettivo) e rischiando la pelle. Ci sono dei compromessi a cui devi sottostare, in quanto fotoreporter donna, in Iran?

«Durante la protesta nel 2009 non stavo da nessuna parte, semplicemente ero come una mosca sul muro: guardavo e catturavo tutto ciò che stava accadendo davanti a me».

Ho avuto l’occasione di entrare in contatto con artiste iraniane come Shirin Neshat, Parastou Forouhar, Marjane Satrapi, Shadi Ghadirian, che hanno affermato che in Iran sono proprio le donne – le più penalizzate dal regime – ad avere, rispetto agli uomini, maggiore grinta e coraggio di combattere. Sei d’accordo?

«Sì, trovo che le donne iraniane siano molto intelligenti, potenti e determinate. Vogliono più di quello che la società offre loro. Combattono per migliorare la loro situazione. Non lo fanno solo stando sulla scena, molte donne iraniane lo fanno nel loro quotidiano, tranquillamente ma continuando a lavorare duramente. Il 67per cento degli studenti universitari sono donne. Lavorano seriamente e con disciplina. Ecco perché molte aziende e imprese vorrebbe assumere donne. Ma, alla fine, si trovano ad affrontare molti problemi. Il più importante è la mancanza di libertà».

Nel 2006 hai vinto il National Geographic All Roads Photography Award, insieme a Sandra Sebastian Pedro, Larry McNeil e Saiful Huq Omi, fotoreporter bengalese che ho intervistato a Dhaka qualche mese fa. Che cosa ha significato per te un riconoscimento come questo?

«Vincere un premio del genere è stato importante, perché ha posto attenzione sul mio lavoro e mi ha dato maggiore fiducia in me stessa per andare avanti».

Ami viaggiare, ma non sempre i tuoi viaggi sono facili: sei stata in Iraq, Libano, Siria, Arabia Saudita. Spesso hai documentato la morte e il dolore, come dopo il terremoto in Pakistan. È difficile riuscire a tenere a bada l’aspetto emotivo?

«Prima di tutto penso che, per me, sia importante lavorare fuori dall’Iran, perché rinfresca la mia mente e la rinvigorisce offrendomi nuovi punti di vista. Personalmente non ho problemi emotivi nel lavorare in zone di guerra o in aree in cui avvengono disastri».

C’è posto per l’imprevisto nel tuo lavoro?

«Naturalmente un fotografo – a mio avviso – dovrebbe essere sempre aperto alle sorprese. Il nostro lavoro non deve essere dogmatico.

Nel 2008 hai fatto il pellegrinaggio a La Mecca, raccontato nel tuo libro Fifth Pillar. Quale è stata la strategia che hai operato per poter fotografare liberamente?

«Ho potuto lavorare liberamente perché avevo l’accredito giornalistico. Il mio piano era fare un ritratto del pellegrinaggio da una distanza ravvicinata e le autorità Saudite sono state di grande supporto».

Quale è, secondo te, il confine tra fotografia documentaria e arte?

«Non vedo alcun confine, ma la fotografia artistica richiede più creatività e un pensiero più profondo. Ritengo che in questo tsunami di immagini che vediamo quotidianamente, noi fotografi dovremmo avere l’impegno di muoverci verso altre forme di narrazione. Questo è quello che cerco di fare con Listen».

Nata a Roma nel 1966, è storica e critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente. Con Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017); Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto a sostegno di Bait al Karama Women Center, Nablus (Palestina). E’ autrice anche Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no, 2015) e Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia, 2017).

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