Pietro Ruffo, giovane artista romano, si trova nella capitale per una ricerca sui templi lamaisti, abbandonati sullo sconfinato territorio(soprattutto nel gobi).
Monkhoryn Erdenebayar è di casa, sicuramente uno degli esponenti più in vista della pittura mongola: lo dimostra la sua assidua presenza nelle più importanti gallerie cinesi, koreane e giapponesi.
Difficile immaginare, come due personalità del genere, possano incontrarsi in una città come U.B., tuttavia, una mostra anonima in un edificio centrale stile comunista, funge da punto d’incontro per entrambi: P.R. vaga senza meta nel desolato e gelido centro della capitale, quando forse solo per cercare riparo, si decide ad entrare. M.E., al contrario, era stato chiamato per fare da padrino alla manifestazione.
All’interno i due si ritrovano accanto, nella calma contemplazione di un quadro dalle dubbie qualità artistiche.
Forse spinti da quest’atmosfera di sterile attesa, o semplicemente incuriositi l’uno dall’altro, si cominciano a studiare: ognuno, approfittando di una disattenzione dell’altro, per scorgere un atteggiamento indicativo, un gesto, un movimento fuori posto.
Ritrovandosi per sbaglio a faccia a faccia, inventano un discorso apparentemente poco significativo ma che sarebbe stato il preludio a ciò che avvenne poco dopo; infatti da quella disordinata cozzaglia d’aggettivi, parole e gesti prestati alle più disparate lingue e culture, tra i due si crea pian piano una straordinaria intesa. Intesa che va tradotta immediatamente in arte, il pittore mongolo invita Ruffo nel suo studio per tentare un lavoro “a due” su tela.
Mi riesce complicato comprendere, come due artisti possano mettersi d’accordo sulla genesi di un’opera: per forza uno dei due, dovrà lasciare spazio all’altro, rinunciando dunque, alla propria visione in favore della seconda.
Sembra lontano il considerare un’esperienza del genere, come una semplice collaborazione, come due imprenditori che firmano un contratto o, ancora, come una staffetta.
Troppo facile, considerare le difficoltà, i compromessi,gli errori che lo “scontro” tra due artisti possono provocare.
Sorprendenti invece, sono i risultati: al di là dalle previsioni, del calcolo. Qui entra in gioco un fattore imprevedibile: la passione, capace di allineare due stili completamente diversi tra loro e di renderli complementari invece che opposti.
Il puro astrattismo di Ruffo, racchiude, raccoglie, crea spazio, sorregge e accompagna, senza mai intralciare le figure suggerite dal “forte” pennello d’Erdenebayar, figure d’altri tempi eppure moderne, sporche ma essenziali, dinamiche, nuove.
Risultato: i due stili si assorbono, dalla loro unione nasce una figura unica, completa.
L’elemento, l’opera visibile su tela, è la testimonianza, non sempre scontata, di quel sottile passaggio da immaginazione a fatto, da pensiero a idea, da visione a movimento. Corto tragitto, ma presupposto basilare per l’elaborazione, la messa in opera di colore e forma immortalati dal lavoro congiunto di due figure legate da un unico principio: CREARE. -“Cavalli al chiaro di luna”
Archivio Fotografico
Articolo di Antonio Marenco
Fotografie di Franca Filipponi
A cura di Daniele Incerti
[exibart]
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