Categorie: Personaggi

Quale ruolo per le donne e la cultura nella fase 2 del Covid-19?

di - 27 Aprile 2020

“Niente sarà come prima, niente sarà come prima”. Quante volte in queste settimane di preoccupazione e di clausura lo abbiamo sentito ripetere, quasi come un mantra rivelatore. Politici ed economisti, sociologhi e psicologhi hanno partecipato, disciplinatamente, al coro del “nulla più come prima”, sì molto uniforme, ma alla fine anche un po’ stonato. Che significa muoversi verso cambiamenti radicali? In che direzione? Di che segno saranno le novità, minacciose o promettenti? Insomma, a che cosa dovremo prepararci in concreto, oltre all’uso delle mascherine, all’igienizzazione frequentemente delle mani e al mantenimento del distanziamento sociale? Ne parliamo con Elena Di Giovanni, vicepresidente e co-fondatrice di Comin & Partners, con un’esperienza internazionale di relazioni istituzionali, comunicazione corporate, relazioni con i media e promozione culturale. Attualmente siede nel board della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e collabora come docente con la LUISS Guido Carli di Roma. È co-chair dei Friends dell’American Academy, membro del board di Venetian Heritage e Consigliere per la comunicazione in Diplomatia.

Si è già parlato spesso delle donne e del ruolo positivo, se non addirittura strategico, che potrebbero svolgere nella gestione della fase 2 del Covid-19, un passaggio così complesso per il lavoro, per le imprese, per le famiglie. A parole sembrano tutti d’accordo, ma i fatti raccontano tutt’altro. Cosa ne pensi?

«Sì, a parole sono tutti d’accordo, salvo qualche bizzarra eccezione di chi con candore si confessa allergico al tema del divario di genere. Nei fatti però, se guardiamo alla effettiva mobilitazione di risorse femminili, il bilancio è ancora molto magro. La composizione delle tante, troppe, task force di supporto al governo è prevalentemente, se non esclusivamente, maschile. Non è da discuterne la competenza, ma possibile che oggi in Italia non ci siano anche studiose, ricercatrici, imprenditrici, di valore tale da farle ben figurare e apprezzare per il loro possibile contributo a quei lavori? Se quelle esperienze esistono e sono valide, come io credo, allora forse è bene fermarsi un attimo a considerare ancora una volta i meccanismi di selezione e di attribuzione di responsabilità di vertice nel panorama italiano. Da noi nessuna donna è mai stata Presidente della Repubblica né ha guidato il governo. Ma siamo proprio sicuri che nessuna donna sia all’altezza di fornire consiglio ed esperienza a chi deve progettare la ripartenza della vita economica e sociale, in fabbriche, uffici e case, dopo la crisi epocale del Covid-19 che ci ha messo in ginocchio? La risposta è da cercare sul piano culturale, sul quale le donne hanno ancora molto da fare per correggere stereotipi non solo latenti e far valere oggettivamente le loro capacità».

Il sito de La Galleria Nazionale

Altro grande assente dai tavoli e dalle task force di governo è la cultura. Eppure non è proprio da lì che potrebbero venire importanti spinte in avanti a favore di una ripartenza sostenibile di tutto il Paese?

«Assolutamente sì. In questo periodo di chiusura i musei si sono attivati utilizzando al meglio le piattaforme online come Scuderie del Quirinale con la mostra su Raffaello o la Galleria Nazionale di Roma. Ripresa delle attività e salvataggio di quelle a rischio sono priorità da perseguire in collegamento con una rinnovata solidarietà civile, che la cultura può aiutare a cementare. Visione, creazione, arte sono strumenti di crescita e di tenuta della società. Ne avremo bisogno per ricominciare a vivere, quando finalmente potremo di nuovo uscire dalle nostre case e ritrovarci insieme, magari in un museo, pur con le cautele necessarie.

Anche intellettuali, scrittori, registi, musicisti, artisti dovranno fare la loro parte. C’è bisogno di sentire la loro voce, anzi di risentirla, perché negli ultimi tempi è sembrata affievolirsi, se non spegnersi del tutto. Forse colpa del momento che viviamo, in cui tutto sembra misurarsi sul metro dell’auditel, anziché su quello della sostanza; forse colpa di una certa intimidazione diffusa per tutto ciò che può (erroneamente) apparire elitario».

In ogni caso l’aiuto che l’intero comparto culturale può offrire alla ricostruzione è grandissimo. Secondo te, come è possibile favorirlo?

«Per favorirlo non bastano gli appelli, ci vuole una vera e propria strategia di sostegno ad ampio raggio della cultura e dei suoi esponenti e lavoratori di settore, soprattutto per quelli in seria difficoltà e per i più giovani. Possono fare molto per noi, non dobbiamo lasciarli indietro. Il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dovrebbe tenerlo presente quando pensa alla ricostruzione, come fece Franklin Roosevelt nel 1934».

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