AMNESIA? DOCUMENTI, PREGO |

di - 14 Maggio 2009
L’ambizione enciclopedica di classificare e archiviare il mondo è condannata fin dal principio a non essere realizzabile in quanto infinita, incomprensibile ed entropica. Ed è per questo che l’archivio inizia a essere interessante nel momento in cui inizia a scomporsi”, dichiara Dora Garcia. La scena negli ultimi decenni ha visto l’artista interpretare la parte dello storico, del ricercatore, dell’editor, del collezionista. Molteplici sono le modalità di catalogazione e decostruzione della memoria, della storia, del tempo. Si può fornire ai documenti storici una visibilità altrimenti negata, una cartografia della memoria come accade nel lavoro di Eugenio Dittborn, Rosângela Rennó, subReal (Calin Dan & Josif Keraly) o riflettere sul tema dell’identità, come in Transaction di Nomeda e Gediminas Urbonas, raccolta di interviste e sequenze cinematografiche sulla definizione dell’identità lituana.
Ogni formazione discorsiva ha il suo archivio, così come ogni archivio ha una sua significazione. Sugli album di famiglia come contenitori della memoria privata hanno lavorato Jonas Mekas e l’associazione Home movies, mentre i film amatoriali realizzati nelle fabbriche polacche tra gli anni ’60 e ’80 sono stati raccolti da Neil Cummings e Marysia Lewandowska.
Utilizziamo materiali d’archivio per riflettere sulle modalità del linguaggio. I documenti storici parlano di noi, del nostro modo di guardarli e interpretarli”, suggeriscono Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi. Sugli archivi intesi come raccoglitori di un’archeologia del sapere, come ci ricorda Foucault, hanno lavorato Zbynĕk Baladrán e Vangelis Vlahos, indagando rispettivamente le modalità con cui sono state rappresentate la storia dalla televisione cecoslovacca e dalla stampa di regime in Grecia. L’Archivo F.X di Pedro G. Romero è invece composto da una raccolta d’immagini riguardanti l’iconoclastia che ha attraversato la Spagna dal 1845 al 1939 come conseguenza della dialettica rivoluzionaria di diversi gruppi anarchici. Romero li ha avvicinati a esempi simili realizzati in ambito culturale come Mnemosyne (Aby Warburg), Passagen-Werk (Walter Benjamin), Lost Magic Kingdom (Eduardo Paolozzi), Green (Renée Green), The Atlas Group (sull’omonimo archivio).
Altrettanto complesso e ricco di riferimenti semantici è il progetto editoriale Culturas de archivo, a cura di Jorge Blasco. Su questa attitudine ricombinante/investigativa, che sembra avvicinarsi maggiormente alle pratiche del reverse engineering piuttosto che a quelle archivistiche, hanno lavorato Hans-Peter Feldmann, Hans Haacke, Sophie Calle, Walid Raad, Gerhard Richter, Boris Mikhailov, Stefanos Tsivopoulos.
Va da sé che, tra le arti che meglio s’attagliano all’idea dell’immortalare, anche per una certa “simpatia” linguistica, vi è la fotografia. La quale “sancisce e contemporaneamente distrugge l’esperienza mnemonica”, come ha scritto Benjamin Buchloh, ma è indubbio che l’idea del documento fotografico come linguaggio universale del XX secolo abbia padri autorevoli, basti pensare all’omonimo testo scritto da August Sander nel ‘31. Ed è sulla complessità del concetto di documento che occupa ambiti e contesti diversi come l’antropologia, le scienze sociali, il diritto, la storia che si sviluppa la mostra Archivio Universal. La condición del documento y la utopía fotográfica moderna, presentata negli scorsi mesi al Macba di Barcellona e poi al Museo Berardo di Lisbona. Questa tensione dialettica tra l’ambito scientifico e quello artistico conduce a una raccolta enciclopedica e universale che presenta centinaia di fotografie e documenti dalle “foto interpretazioni” di Lewis Hine a la Misión de la Datar, a Rodchenko, Ben Shahn, Helen Levitt, John Gurmann, Heinrich Zille, Walter Evans, Brassaï, Hill Brandt, Weegee, Paul Strand e la leggendaria esposizione The Family of Man curata da Edward Steichen.
Esiste però anche un’attitudine più giocosa rispetto alla creazione di un archivio. Pensiamo al Folk Archive di Jeremy Deller e Alan Kane che, tra il 2000 e il 2005, hanno raccolto fotografie, oggetti e video che testimoniano l’arte popolare e vernacolare inglese. Invitato al Palais de Tokyo per curare la mostra Carte Blanche à Jeremy Deller, From one revolution to another, ha presentato anche l’archivio fotografico di Golf Drout, club che svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo della musica pop in Francia, quello di Ed Hall, che dai primi anni ’80 realizza banner per attivisti e gruppi di manifestanti, dalle sex worker alle trade union, e quello del Theremin Center di Mosca.
Le Time Capsules di Andy Warhol suggeriscono un approccio diverso, che non ha a che fare con un principio di selezione. In quelle 610 scatole riempite con gli oggetti presenti nella Factory, indipendentemente dal loro valore, non c’era nulla di straordinario. Le scatole, una volta riempite, venivano raccolte in un magazzino, sorta di wunderkammer in grado di raccogliere il mondo in una stanza o meglio in una scatola. Un modo per suggerirci che, in fondo, le immagini, gli oggetti, le memorabilia di oggi non sono altro che gli archivi di domani.

lorenza pignatti


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 56. Te l’eri perso? Abbonati!

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  • Gli artisti di oggi fanno di tutto, ma poi si contraddicono mettendosi sotto una teca di cristallo. Le teche vengono sistemate dai curatori,artisti-registi del contemporaneo. Sopravvivono solo le personalità più forti.

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