Nomine, concorsi e altre storie

di - 3 Marzo 2015
L’attuale giro di valzer delle nomine museali sembrerebbe denotare un momento di grande effervescenza: appena aggiudicato il vertice del Mart a Gianfranco Maraniello, in attesa di sapere (a giorni?) chi andrà a dirigere il Giano bifronte Rivoli+ GAM di Torino. Per non parlare dell’attesissima nomina (ma quando?) alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Pensate un po’, il secondo museo più gettonato tra i venti individuati di importanza strategica e messi sul mercato dalla riforma del Mibact targata Franceschini è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. La cosa dovrebbe far riflettere i nostri governanti: non gli Uffizi e subito dopo la Reggia di Caserta, che pur stando a Caserta (non esattamente il luogo più ameno del mondo) è molto richiesta in virtù dei tanti biglietti di ingresso che stacca, il più appetibile, specie per gli stranieri cui si sono aperte le porte per candidarsi alla direzione, è un museo d’arte moderna e, aggiungiamo, contemporanea, grazie alla coraggiosa gestione di Maria Vittoria Marini Clarelli, che fino ad oggi ne tiene ufficialmente la direzione. Detto tra parentesi (e fino a un certo punto): perché una dirigente apprezzata da tutti se ne deve andare per far posto magari a una persona meno capace di lei? Perché è la riforma, bellezza. E non si discute.
Ma nonostante il giro di valzer sembri trasformarsi in un acceso rock & roll, forse l’effervescenza è più che altro apparente. Sono le regole, i concorsi i e i criteri di questi a spegnere gli entusiasmi, e i residui passi di danza.
Vediamo un po’ come stanno le cose. A Torino sono arrivate 171 candidature, abbiamo già scritto che tre sono parecchio forti: Carolyn Christov-Bakargiev, Francesco Bonami e un misterioso straniero, molto accreditato a quanto pare. Ma come abbiamo già ripetutamente detto, chiunque andrà, dovrà fare i conti con un museo, Castello di Rivoli, più che azzoppato negli ultimi anni, tra tagli della Regione (specie della giunta Cota) e una gestione altalenante, con nomine che si sono rivelate spesso in conflitto l’una con l’altra, a partire dalla presidenza: non ci stancheremo mai di chiederci perché un giornalista, pur stimato nel suo campo, dovesse ricoprire la carica di presidenza di quello che fino a pochi anni fa era il più brillante museo italiano d’arte contemporanea. Che altri meriti aveva Gianni Minoli se non la parentela con il potente direttore generale dello Spettacolo del Mibact, Salvatore Nastasi, guarda caso uno dei tre di cui non è stata messa a bando la direzione dalla riforma Franceschini? Oltre a Rivoli, il neodirettore dovrà occuparsi anche della GAM (il concorso, anzi, è fatto primariamente per questa), altro rispettabilissimo museo, avendo dalla sua il prezioso sostegno della Fondazione CRT, ma in un quadro di totale confusione dato dall’idea (allo stato attuale, dopo circa quattro anni, sempre “un’idea”, anzi una trovata, della Superfondazione). Che farà quindi il neo direttore? Su quali soldi potrà contare? Con quale libertà rispetto alla Superfondazione, che, semmai dovesse nascere, potrebbe avere un altro vertice? Le risposte galleggiano per aria. In una modalità tipica di un Paese “fluido” come il nostro, anzi “liquido” per dirla alla Bauman, ma di una liquidità non post moderna, ma di ritorno. Primigenia, o primitiva.
Il Mart, invece, ha fatto presto a nominare Gianfranco Maraniello, che quindi libera il posto del Mambo, per il quale si apre un altro giro di valzer. Ma qui c’è da fare una riflessione. Il criterio che ha fatto preferire Maraniello su altri candidati è stata l’esperienza di gestione di un grande museo al quale il giovane direttore del Mambo ha potuto aggiungere anche la gestione dei musei civici bolognesi. Una competenza, quindi, molto solida. Ma se si è bravi, senza aver diretto un grande museo, si è destinati a restare fuori? Pare di sì. È un po’ come per i nuovi lavori: se non l’hai già fatto, non lo puoi fare. Ma se non c’è modo di farlo una prima volta, non si farà mai. E il cerchio si chiude, avvitandosi su stesso.
Altra osservazione per inciso: la direzione preferita per il Mart era di tipo gestionale, e non curatoriale. La figura del curatore, che ancora brilla molto nel sistema dell’arte, pare invece non piacere troppo se si parla di musei. Qui si preferiscono i direttori-gestori, i manager in un certo senso. Perché la prima richiesta è far quadrare i conti. Trovare i soldi che il museo non dà. Altra garanzia di stabilità e sicurezza viene dalla figura del direttore-funzionario, indicazione arrivata forte e chiara dal sindaco Ignazio Marino e dal soprintendente Claudio Parisi Presicce per il Macro di Roma, accorpato a Palazzo Braschi e alla Galleria Comunale d’Arte Moderna, e non più al Palaexpò, come voleva invece Franco Bernabè. Ma qui il concorso è suonato strano, suscitando un po’ di rumor.

Federica Pirani, apprezzata funzionario del Comune e oggi direttore del museo e delle altre due istituzioni, che compongono il polo museale per il moderno e contemporaneo della Capitale, era stata indicata come direttore fin dall’uscita di scena di Bartolomeo Pietromarchi. Perché allora fare un concorso per nominarla? Semplice, era un dirigente di II fascia e quindi non poteva arrivarvi per chiamata diretta. Ma perché decidersi di fare il concorso dopo un anno e mezzo, che peraltro all’inizio metteva tanti paletti: la specializzazione, la direzione di altri musei ecc e poi, in finale, li toglieva? In attesa del concorso, il museo ha galleggiato per un anno e mezzo, mandando parecchio all’aria quello che era stato fatto fino allora dai direttori precedenti. C’era la Barca (Flavia Barca) e le sue barcheidi, si dirà, mentre ora siede sullo scranno dell’assessorato alla Cultura, la ben più tosta Giovanna Marinelli, e l’aria è decisamente cambiata. Ma non solo. La lunga attesa dovuta alle indecisioni e i tentennamenti di Ignazio Marino e dalle indicazioni di Claudio Parisi Presicce (figura ben più importante di quanto si creda in tutta questa faccenda) hanno fatto sì che su Federica Pirani e tutta la gestione della nomina si addensassero nubi, che Pirani non si merita. E che non predispongono nel giusto modo il museo romano per la ripartenza. E anche qui la precarietà (o assenza?) di fondi non aiuta la causa.
Infine, la Gnam. Qui i criteri per la scelta del direttore sono invece sorprendentemente laschi. Basta una laurea, nemmeno in storia dell’arte. I requisiti professionali? Li deve dichiarare (neanche provare) il candidato, a cominciare dalla competenza manageriale e il fundraising. Un incentivo per attrarre candidati stranieri, che tanto sembrano piacere al ministro Franceschini? Forse. Ma più che altro sembra che le maglie larghe servano a poter includere tanti candidati (sono arrivate oltre 200 domande), a cominciare da alcuni dirigenti che sono rimasti fuori dal giro delle nomine delle nuove direzioni. Dove si è cercato di non scontentare nessuno, come per esempio Francesco Posperetti, che ha minacciato ricorso contro la nomina di Federica Galloni alla Direzione per l’Arte, l’Architettura Contemporanee e le Periferie Urbane, adducendo un qualificato curriculum per quel posto, per poi però accomodarsi al Colosseo (Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma), spedendo altrove l’apprezzatissima Mariarosaria Barbera.
Beh, gli storici dell’arte studiano molto, si sa. Ma dall’archeologia alle periferie, il passo è lungo. Non incolmabile, però. Almeno in Italia.

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