Qualche pensiero rubato al dibattito sull’evoluzione della gestione dei musei

di - 19 Luglio 2000

Per noi italiani il museo è istituzione che vive quasi esclusivamente attraverso il finanziamento pubblico (marginali sono le partecipazioni dei privati). In verità da più parti si ammette che le istituzioni museali non potrebbero in ogni caso mantenersi con i soli book shop e la vendita dei biglietti, con la conseguenza che eventuali partecipazioni più consistenti da parte di enti privati sono considerate comunque come una possibile risorsa da aggiungersi all’inevitabile contributo statale.
Carlo Fuortes, economista, afferma per Il Sole 24 Ore che i redditi di un museo non possono coprire i costi. Questa anomalia tipica dei musei porta con sé la conseguenza che, mancando gli stimoli per un aggiornamento verso un’amministrazione ispirata ai criteri produttivi ed economici, accade che le istituzioni museali finiscono per essere guidate più dalle politiche intellettuali che dalle direzioni economiche indicate dal grado di gradimento del pubblico e degli sponsor. Si può anche dire che, causa il sostentamento pubblico, non si ricercano altre risorse. Fuortes conclude il suo intervento con l’idea che la privatizzazione completa di un museo è un’utopia, a meno di non riuscire a trovare le strade per far ricadere i costi di gestione anche sul territorio che trae profitti dalla presenza del museo. E’ un pensiero fondamentale, quello del sistema macroeconomico creato dal museo che non si sviluppa in senso paritario tra chi si assume i costi del prodotto culturale e chi ne gode i profitti, si pensi solo ad alberghi, ristoranti, trasporti, ecc..
Il Ministro Melandri, recentemente, ha più volte sollecitato un maggior coinvolgimento di enti privati nella gestione dei musei e tuttavia vi sono alcuni ostacoli che impediscono che tale processo prenda il largo: da una lato la mancanza di un vantaggio economico nello sponsorizzare i musei e, in questo caso, si consideri la già citata situazione americana che prevede la defiscalizzazione degli investimenti culturali; dall’altro una certa arretratezza dei soggetti economici italiani, che anche quando si impegnano nella sponsorizzazione, lo fanno solamente in previsione di riscontri valutati nel ristretto contesto territoriale locale, limitando gli investimenti in considerazione di obiettivi ridotti; terzo impedimento, ma non ultimo, la congenita lentezza della burocrazia statale, che rende difficoltosi i rapporti tra pubblico e privato, finendo per vanificare qualsiasi pianificazione economica dello sponsor e allontanando i finanziatori.

E’ auspicabile che gli intendimenti ministeriali si concretizzino in futuro proprio nel senso di creare le condizioni più idonee affinché la partecipazione dei soggetti economici nella sponsorizzazione degli eventi culturali, e dei musei nel nostro caso, sia accettato come un ottimo investimento, suscitando in special modo l’interesse del cosiddetto “collezionismo d’impresa” (Santagata) che, potenzialmente, può essere il più indicato nell’ottica di un rapporto sinergico con le istituzioni.
Alcune volte è capitato allo scrivente di parlare su queste pagine del Museo Bargellini di Pieve di Cento e non a caso, essendo quello un esempio recente dell’impegno di un soggetto privato nella progettazione e realizzazione di un museo.
Accanto a questo pensiero non si può però fare a meno di considerare che è necessario che l’amministrazione economica dei musei debba essere aggiornata nel segno di una gestione ispirata alle nuove tecniche manageriali. In questa direzione vanno gli standard di qualità che da più parte vengono indicati: concetti come efficacia ed efficienza, responsabilizzazione economica e pianificazione degli obiettivi, orientamento verso la domanda e considerazione delle risorse disponibili cui adeguare i servizi offerti, dovranno giocoforza entrare nel linguaggio comune dei direttori dei musei che sono chiamati ad approfondire, stando le loro conoscenze e competenze intellettuali, gli aspetti legati alla economia museale; affermando ciò, per equità, bisogna contestualmente riconoscere che, allo stato attuale, le retribuzioni dei direttori non sono certamente adeguate al ruolo e alle responsabilità cui vengono chiamati per essere in linea con le moderne politiche culturali, ma non lo sono neppure per il personale dei musei pubblici in generale, non considerando che uno dei problemi essenziali è proprio la impossibilità di poter garantire organici adeguati alle esigenze delle istituzioni (solo la primavera scorsa, in visita agli Uffizi, per questo motivo non era possibile vedere molta parte delle sale medievali, e stiamo parlando di un periodo in cui si sta realizzando il progetto per i Nuovi Uffizi). Verso la trasformazione del museo in azienda, nel senso di applicazione dei concetti di efficacia (grado di raggiungimento degli obiettivi previsti) ed efficienza (rapporto tra risultati e risorse disponibili), sembra perciò impossibile puntare esclusivamente sul sistema del museo chiuso, bloccato nella sua collezione. Il museo moderno deve essere invece struttura dinamica, sapendo sfruttare adeguatamente la propria immagine, i propri spazi e la propria dotazione di opere per promuovere eventi culturali che tengano viva l’attenzione collettiva sull’istituzione.

E la pianificazione di tali eventi in un periodo a medio e lungo termine potrebbe sicuramente stimolare gli investitori privati a farsi partners di una politica culturale pluriennale sulla quale essi potrebbero ragionevolmente prevedere e studiare adeguate strategie pubblicitarie più articolate, impegnative e durature.
Un sistema di questo genere non potrebbe infine che trovare giovamento dalla diffusione, finalmente in Italia, come auspica Walter Santagata, di istituzioni sul genere delle Kunsthalle tedesche, centri d’arte non-museali che, non dotati di collezioni permanenti, sono immaginati per accogliere con frequenza esposizioni di artisti giovani, ospitare eventi culturali di vario genere ed essere attrezzati con moderni accessori e strumenti. Costi gestionali e di fruizione bassi, larghe vedute nei confronti dell’arte emergente, azione dinamica e tempestiva, attenzione al pubblico giovanile, queste le caratteristiche principali. Si creerebbero così delle strutture che si porrebbero come tramite tra il museo e la galleria giovando ad entrambi, da un lato dando la possibilità di esporre in contesti più ampi gli artisti delle gallerie che scommettono sulle nuove correnti, dall’altro proponendosi come anticamera per i musei, luogo all’interno del quale si consuma una sorta di rito di consacrazione collettiva .

Alfredo Sigolo

[exibart]

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