Svolta di genere: a Yvonne Farrell e Shelley McNamara il Pritzker Prize 2020

di - 3 Marzo 2020

Le irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, titolari dello studio Grafton, sono state nominate vincitrici del Pritzker Prize 2020, il più importante riconoscimento al mondo per l’architettura. La cui gloriosa storia è segnata da una lunga serie di grandi architetti uomini ma che,da questa edizione potrebbe cambiare strada, almeno si spera.

Prima di Farrell e McNamara, su 46 vincitori, solo tre donne si sono aggiudicate il Pritzker Prize: Zaha Hadid, nel 2004, Kazuyo Sejima nel 2010, con Ryūe Nishizawa di SANAA, e Carme Pigem, nel 2017, insieme a Rafael Aranda e Ramón Vilalta di RCR Arquitectes. Uno squilibrio di genere che di certo non può essere stato dettato dal caso quanto, piuttosto, da una congerie di fattori storici, sociali e culturali che, ormai, sono da lasciare alle spalle.

Una storia gloriosa, che fa riflettere

Negli ultimi anni, questo scompenso ha iniziato a essere duramente osteggiato e tutta l’organizzazione del Pritzker è stata spesso chiamata in causa direttamente, per far fronte alla questione, che anche in passato creò diversi problemi alla credibilità del premio. In particolare quando, nel 1991, il Pritzker fu attribuito a Robert Venturi ma non alla moglie, Denise Scott Brown. Qualcuno potrebbe vedere nella nomina delle Grafton anche una mossa di comodo, sull’onda della recentissima vittoria della RIBA Gold Medal, altro importante riconoscimento britannico per l’architettura. «Senza gesti grandiosi o frivoli, sono riuscite a creare edifici che instaurano una presenza monumentale ma che sono suddivisi in modo tale da produrre spazi più intimi e creare comunità al loro interno», ha motivato la giuria, composta da Stephen Breyer, Barry Bergdoll, Deborah Berke, André Corrêa do Lago, Kazuyo Sejima, Benedetta Tagliabue, Wang Shu e Martha Thorne.

Farrell e McNamara, tra Dublino, Venezia e il Pritzker Prize

Farrell e McNamara «Dimostrano una forza incredibile nella loro architettura, una profonda relazione con il contesto locale sotto tutti gli aspetti, proponendo risposte diverse per ciascuna commissione e mantenendo l’onestà del proprio lavoro, attraverso la responsabilità e il senso della comunità», ha dichiarato al Guardian Tom Pritzker, presidente della Hyatt Foundation, l’ente benefico che finanzia il Premio.

Questa filosofia inclusiva è stata alla base del Manifesto Freespace, il loro progetto curatoriale per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, una edizione che, tra le altre cose, ha visto la partecipazione di numerose new entry, dalla Santa Sede fino ad Antigua & Barbuda, Arabia Saudita, Guatemala, Libano, Mongolia, Pakistan. «Quando abbiamo scritto il manifesto, volevamo che contenesse soprattutto la parola spazio. Volevamo scovare anche nuovi modi di utilizzare le parole di ogni giorno, che potessero in qualche modo portarci tutti a ripensare il contributo aggiuntivo che noi, come professionisti, possiamo fornire all’umanità. Per noi l’architettura è la traduzione di necessità, nel significato più ampio della parola, in spazio significativo», spiegavano durante la cerimonia di presentazione della Biennale.

Ma in Italia, Farrell e McNamara hanno presentato anche altri progetti, come la a nuova sede dell’università Bocconi di Milano, valso il riconoscimento per il World Building of the Year nel 2008. «Piuttosto che pensare a uno spazio e quindi trovare una struttura per esso, facciamo una struttura e che, a sua volta, possa creare uno spazio», spiegano le Grafton.

Il duo, che vive e lavora a Dublino, ha fondato lo studio Grafton Architects nel 1977. Leone d’Argento alla Biennale Architettura 2012, con il progetto del nuovo Campus UTEC dell’Università di Lima in Perù, insieme all’opera di Paulo Mendes da Rocha, Farrell e McNamara hanno partecipato anche alla Biennale Architettura 2016 con il progetto The Physics of Culture. Insegnano entrambe all’University College di Dublino dal 1976, mentre sono titolari della cattedra di architettura all’Accademia di Mendrisio.

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