È il 1989. Le luci al neon si riflettono sui muri di un capannone abbandonato. La cassa batte forte, la folla vibra. C’è attesa, c’è febbre. È l’era dell’Acid House ed è appena iniziata una delle rivoluzioni culturali più elettrizzanti del Regno Unito. Quella notte infinita di Rave rivive al Barbican di Londra, che ancora per pochi giorni, fino al 3 agosto, ospita In Pursuit of Repetitive Beats, esperienza immersiva in VR.
Firmata dall’artista Darren Emerson e prodotta da East City Films, l’opera vuole condurci in un viaggio multisensoriale e interattivo. Indossato il visore, ci si ritrova catapultati nella Coventry del 1989, inseguendo i flyer clandestini di un rave illegale, rincorrendo segnali da radio pirata, schivando pattuglie, incrociando promoter, poliziotti, danzatori in estasi. Ogni momento apre una finestra su quella sottocultura nata nei margini e finita col contaminare la società.
Tra i punti di forza del progetto, già premiato in tutto il mondo, dal VR Awards 2023 all’IDFA di Amsterdam, l’accurata scenografia virtuale, i brani cult come Chime degli Orbital e Energy Flash di Joey Beltram. Ma anche una particolare attenzione all’accessibilità, con sottotitoli, tour tattili, haptic vest e modalità seduta, per far sì che anche utenti con disabilità possano vivere pienamente l’esperienza.
Ma la domanda è: un rave dentro un museo? Sì, è possibile ma con una riflessione. Perché se da un lato In Pursuit of Repetitive Beats ambisce a restituire l’energia sfrenata di quella scena – nata non per caso ma per rabbia, per passione e contro il sistema – dall’altro il contesto istituzionale del Barbican genera un cortocircuito. I rave erano illegali per definizione, sfuggivano a ogni forma di controllo, erano azioni collettive di liberazione. Ricrearli ora, nella cornice ordinata di un’istituzione culturale, sembra un paradosso ma forse è qualcosa d’altro ancora. Una rievocazione, certo, ma solo di una parte – selezionata? selettiva? – dell’esperienza: l’atmosfera, la superficie seducente ma non le motivazioni più profonde che, d’altra parte, erano radicate in un contesto difficilmente ripetibile.
E così, nell’architettura brutalista del Barbican, che ospita decine di concerti di musica di ogni genere, dalla classica alla contemporanea, quella febbre torna comunque a battere. Non si può ripetere il passato e anche al di fuori di un museo sarebbe poco più o poco meno di un revival. Ma raccontare la potenza trasformativa di un episodio è pur sempre ammissibile, lasciandosi guidare dalla libertà martellante di una cassa.
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