Alla ricerca di un decennio perduto

di - 10 Giugno 2016
“Sono cose che non conoscete che cambieranno la vostra vita”. La frase dell’artista tedesco Wolf Vostell, accompagnata da un’immagine dell’ingresso del Parcheggio Sotterraneo di Villa Borghese a Roma, compare su due pagine del quotidiano L’Unità il 30 novembre 1973, il giorno successivo all’inaugurazione della mostra Contemporanea, curata da Achille Bonito Oliva, che rimane la rassegna più importante, per ambizioni e respiro, del decennio appena cominciato. Oggi, a più di quarant’anni di distanza, gli anni Settanta sono stati oggetto di molte rivisitazioni – alcune più riuscite, altre meno convincenti – tra le quali ricordiamo “Addio Anni ’70. Arte a Milano 1969-1980”, a cura di Francesco Bonami e Paola Nicolin, al Palazzo Reale di Milano nel 2012, “Anni ‘70 Arte a Roma”, curata da Daniela Lancioni al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 2013, alle quali si affianca oggi “L’Inarchiviabile/The Unarchivable Italia anni 70”, curata da Marco Scotini e Lorenzo Paini, e visitabile ancora per pochi giorni (fino al 15 giugno) nel nuovo spazio per il contemporaneo inaugurato a Milano durante l’ultima Miart, FM Centro per l’arte contemporanea.

Più ambiziosa delle precedenti per estensione geografica, quest’ultima esposizione propone anche una lettura non cronologica ma tematica, incentrata in maniera specifica, come dichiarano i curatori, “sull’attualità e la riscoperta di un decennio di grande intensità e di sperimentazione linguistica e politica per la scena italiana e internazionale, ma anche una riflessione sulla contemporaneità dell’archivio come formato: sono già tutte le opere in esposizione, del decennio dei ‘70, ad avere la forma dell’atlante, del catalogo, dell’inventario e rappresentano già di per sé stesse delle collezioni, delle tassonomie, dei tentativi di catalogazione da parte degli artisti”.
Una ricognizione molto precisa e puntuale, che ha riunito 200 opere di 60 artisti, provenienti da una ventina di collezioni private italiane, invitate da Scotini e Paini (quest’ultimo è anche il curatore della Collezione Righi di Bologna) a presentare una serie di lavori di grande interesse, spesso esposti in occasioni rare e lontane nel tempo.

Grazie agli spazi ampi e ben suddivisi, e ad un allestimento rigoroso che ha rispettato la natura assai articolata delle diverse tipologie di opere, la mostra rappresenta uno spaccato puntuale e accurato sul contesto dell’epoca, privilegiando l’eterogeneità come un valore aggiunto, riferibile ad un periodo di forte teorizzazione artistica e di grande dinamismo politico e sociale, dove l’arte era animata da un’urgenza e da una necessità espressiva che si è rapidamente dissolta nel decennio successivo.

Un itinerario che rispetta il clima dell’epoca sottolineando al tempo stesso la natura concettuale delle opere, allestite secondo una scrittura espositiva essenziale e mai eccessiva, anche grazie ad interessanti dialoghi e contrappunti, che legano in un unico discorso materiali di natura differente, per proporre una lettura critica a tutto campo di uno dei decenni più contradditori, dinamici e fecondi della cultura italiana dal dopoguerra ad oggi.
Infine, un’occasione da non mancare per vedere capolavori come Iconografie di Luciano Fabro, la Doublure di Giulio Paolini, l’Atlante di Luigi Ghirri o Linguaggio è guerra di Fabio Mauri, e per capire la forza di “anni che contenevano promesse e minacce di novità” (Achille Bonito Oliva).
Ludovico Pratesi

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