Arte fiera. Com’è andata a finire?

di - 25 Gennaio 2015
Possiamo giudicarla una fiera “seduta”, un grande mercato dove trionfa l’arte italiana di quaranta, cinquanta o sessant’anni fa, ma chi in fin dei conti ha l’ultima parola sull’andamento della 39esima edizione di Arte fiera sono i galleristi. Com’è andata a finire la lunghissima kermesse, iniziata giovedì sera che andrà avanti fino lunedì pomeriggio? A giudicare dall’entusiasmo di alcuni intervistati si direbbe bene, se non benissimo.
E bene probabilmente è andata anche alla stessa città di Bologna che, a fronte di un programma meno corposo di Art City – con l’ottima eccezione della mostra “Too early too late” alla Pinacoteca – quest’anno però ha fatto ancora più pienone, e già nella serata di sabato si vociferava che il pubblico fosse il 12 per cento in più rispetto alle oltre 40mila persone entrare in tre giorni nell’edizione 2014. In effetti, se una cosa non manca tra i padiglioni di Piazza della Costituzione, è la folla. E se a molti Arte fiera sembra sempre di più una manifestazione da passeggio, Renata Bianconi – la nostra prima intervistata – smentisce convintamente: «Bologna è l’unica fiera italiana dove si riesce a vendere bene, e dove io ho la possibilità di fare uno stand dove esporre quasi tutti gli artisti con cui lavoro: è molto importante rispetto a fiere dove chiedono di presentare un solo show o un artista storico [come nella sezione “Back to the future”, ad Artissima, dove Bianconi ha partecipato in più occasioni n.d.r.]. Per fortuna insomma che c’è Arte fiera, dove davvero passano tutti i collezionisti d’Italia». Alle pareti la galleria milanese espone Luigi Presicce, Michele Zaza, Francesco Jodice. Anche da Laura Bulian l’atmosfera è rilassata: la galleria, oltre alla partecipazione alla fiera, ha anche quattro artisti presenti alla mostra “Too early, too late”, curata da Marco Scotini alla Pinacoteca. Bulian solleva un discorso interessante, che ci fa anche Claudio Composti della Mc2 di Milano, nel settore MIA dedicato all’immagine fotografica. Spiega il gallerista: «A Bologna si è rotto un copione, ovvero si lavora tutti i giorni». Che vuol dire? Che i collezionisti non scendono a frotte solo il giorno della preview, ma arrivano alla spicciolata, lunedì compreso.
Anche secondo Composti la fiera è buona, specialmente per un certo target: «Chi propone determinati generi a prezzi abbordabili vince, e sbanca». Dello stesso pensiero Francesca Pennone, della genovese Pinksummer, che ha un ottimo stand (forse troppo sofisticato) tutto dedicato al lavoro di Luca Vitone sulle polveri d’amianto. L’entusiasmo però qui non è fortissimo: «È la prima volta che siamo a Bologna, ma a parte qualcuno molto interessato c’è un’atmosfera un po’ sfuggente: probabilmente la fiera dovrebbe connotarsi in un’altra direzione: Moderno e un secondo mercato di Contemporaneo. Resterebbe l’unica nel suo genere, e la formula sarebbe vincente».
Di un collezionismo diretto verso il Moderno parlano anche Armando Porcari e Fabrizio Del Signore di The Gallery Apart, Roma, che su un punto sono concordi con le dichiarazioni di Composti: il lunedì si fanno buoni affari, specialmente con quei collezionisti “coraggiosi”, che dopo aver provato, e magari comprato, il “classico”, si avvicinano ai più giovani, italiani e stranieri. Magari attirati dai galleristi che praticano un po’ di sconto. Soddisfatta, soprattutto per i premi ricevuti, anche Sara Zanin di Z2o Roma
Guglielmo Castelli  è invece l’artista di punta della “neonata” Francesca Antonini Arte Contemporanea, ex Il Segno, anch’essa di Roma, dove la titolare è letteralmente entusiasta di come sono andate le cose questo week end: l’interesse e le vendite che si sono registrate intorno al giovane infatti sono notevoli, così come è la giovane voce di una galleria storica, Eleonora Tega (Tega, Milano) a dirci del loro personale successo in questa 39esima edizione di Arte fiera: «Abbiamo venduto quattro Concetti Spaziali bianchi di Lucio Fontana», anche se il prezzo resta un mistero, «e c’è stata molta attenzione su autori più storici e abbiamo avuto anche la vendita di un Sironi, Guidi e Turi Simeti». E gli altri “grandi vecchi” Bonalumi e Castellani? «Non ancora, ma si tratta di pezzi molto particolari». E, aggiungiamo noi, con prezzi non sempre per tutte le tasche, come del resto non lo sono i Capogrossi o le ceramiche di Fontana, trattate anche un’altra storica galleria milanese: Tonelli. Qui di affari si parla poco, più di contatti e ampia presenza di pubblico.
Che allora la vendita dei “nonni” in Italia non sia esattamente rosa e fiori come appare nelle aste di mezzo mondo? L’intenzione del replicare l’onda è buona, ma purtroppo forse non è così automatico di questi tempi affibbiare pezzi che costano 100mila euro, per restare su una cifra media, alla quale poi bisogna caricare anche la pesantissima IVA italiana del 22 per cento. Che ad andare bene siano soprattutto gallerie con prezzi contenuti, lo conferma implicitamente anche Alfonso Artiaco di Napoli, una delle due gallerie storiche del contemporaneo (l’altra è Massimo Minini di Brescia) presente ad Arte Fiera: «Ma ti pare possibile che io debba vendere, a Bologna, ai miei collezionisti stranieri?», dice don Alfonso.
Dulcis in fundo finiamo la nostra piccolo inchiesta con Francesco Ribuffo, della Galleria De’ Foscherari di Bologna: qui ci sono in mostra dei bellissimi lavori di Pier Paolo Calzolari e Concetto Pozzati, uno splendido acquerello di Boetti, Claudio Parmiggiani e Gilberto Zorio. Uno stand rigoroso, come la mostra attualmente ospitata in galleria, dove si possono vedere a confronto con un Paesaggio di Giorgio Morandi del 1910 proprio Calzolari e Parmiggiani. Più che della fiera, però, si parla di Art City: una bella iniziativa, secondo Ribuffo, che rende vivo il centro grazie all’arte sottraendolo al (metaforico?) “coprifuoco” del dopo le 20. Insomma, anche in questo caso Bologna sembra essere un viaggio su binari paralleli: da un lato la perfetta macchina da guerra per vendere il buono e anche il mediocre, dall’altro una fiera che – come abbiamo ricordato – ha bisogno di una nuova definizione, per evitare il rischio di una zona grigia che si apre a metà dei due padiglioni, il 25 e il 26. E la soluzione, probabilmente, sarebbe vocarsi a un’unica direzione. Escludendo quelle intraprese, e ormai consolidate, di Artissima e Miart.

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