Berenice Abbott, ovvero l’allieva perfetta |

di - 1 Marzo 2017
Spontanea senza peccare di ingenuità, allieva che non si cristallizza in ruoli di subordine, Berenice Abbott è l’artista che al museo Man di Nuoro completa la triade delle mostre dedicate alla street photography (preceduta da Vivian Maier e Garry Winogrand).
La mostra antologica prima in Italia, intitolata “Topografie”, curata da Anne Morin e di scena fino al 21 maggio, si compone di tre macrosezioni: Ritratti, New York e Fotografie scientifiche. Ottantadue stampe originali dagli anni Venti sino ai primi anni Sessanta, che svelano gli aspetti più salienti della carriera dell’assistente, ed in seguito, abile rivale di Man Ray.
Cresciuta a Springfield, Ohio (1898), Abbott è l’esempio calzante, di chi riesce a cogliere le opportunità potenziali con intuizione (e un pizzico di fortuna). Da giovane studentessa della New York degli anni Venti, entra in contatto con le personalità più rilevanti dell’epoca: Marcel Duchamp e Man Ray figurano tra le sue conoscenze,  e proprio grazie all’amicizia di quest’ultimo, sceglie di attraversare l’oceano per trasferirsi ben presto nella vivace Parigi. Abbott impara così ad essere l’allieva perfetta: di Man Ray prima e dell’anziano fotografo Eugène Atget, poi. Entrambi  si riveleranno per lei incontri decisivi che le daranno modo di approfondire le proprie abilità artistiche.

La giovane allieva di Man Ray ha modo così di misurarsi con il ritratto fotografico e di allontanarsi dall’impronta tendenzialmente misogina dell’artista, del quale disse: “Lui realizzava fantastici ritratti maschili, mentre le sue donne rimangono fondamentalmente dei begli oggetti”. Fuori da ogni sorta di incasellamento di genere, i soggetti esposti non si limitano ad essere presentati quali opere di scarno realismo. È l’obiettività che Abbott ama e ricerca: ponendo i suoi soggetti in un habitat confortevole, riesce a farne evadere le personalità in maniera essenziale e priva di fronzoli. Con i propri soggetti, Abbott avvia un processo di affiliazione, lasciandoli trasparire nella propria naturale veridicità.
Ben lontana dalla fotografia pittorialista, sceglie di proseguire il lavoro dell’anziano fotografo di cui, dopo la morte, decide di promuovere la ricerca fotografica dedicata alla mutazione metropolitana della Parigi degli anni Venti. Abbott non punta a superare i propri maestri, ma sceglie di possedere, tradurre e far propri – con spontaneità e piglio pratico – i loro insegnamenti. Nascono così gli scatti dedicati all’osservazione di New York e alle città americane, di cui l’artista registra le metamorfosi senza mai sviare nella fotografia documentaria. La prospettiva, spesso verticale, dominata da linee e punti di fuga, concorre a creare una scenografia che non registra soltanto una situazione in divenire ma è anche un’attenta composizione artistica, equilibrata e accattivante. Grattacieli e piccoli empori, personaggi ritratti sui portoni dei negozi, stazioni di servizio e momenti di svago “made in USA” si susseguono così nelle sale del Man.

Tra le novità della mostra, l’ultima sezione rivela uno degli aspetti meno conosciuti del suo percorso artistico. Nel 1944, la fotografa diviene “picture editor” per la rivista “Science Illustrated”, occasione che le dà l’opportunità di confrontarsi con l’illustrazione dei fenomeni scientifici e di svelare la sua sempreverde adesione ai principi positivisti. Catturare in uno scatto ciò che è empiricamente dimostrabile suscita il suo interesse tanto da continuare ad approfondire questo filone di ricerca anche in seguito alle sue dimissioni dalla rivista. Le fotografie scientifiche stupiscono ed affascinano: nell’elementarità del bianco e nero gli esperimenti paiono ricreare atmosfere da film muto, pose perfette per improvvisazioni dada e paesaggi distorti per menti surrealiste (come nel caso dell’opera The Parabolic Mirror Has a Thousand Eyes, 1958-1961). I fenomeni scientifici divengono luci, rapidissimi lampi di velocità catturati nella loro energia.
In una costante discussione tra obiettività ed empatia, in un equilibrio magistrale da armonia classica, in cui ogni elemento ha una sua ragion d’essere, l’esposizione di Berenice Abbott diventa occasione didattica per l’arte dell’osservare. È davvero in questa leggerezza da flâneuse con cui osserva il mondo, che cogliamo una sorta di tendenza ottimista, uno sguardo acuto di chi non mistifica ciò che vede, ma lo racconta nella sua sconcertante naturalezza.
Elena Calaresu

Articoli recenti

  • Mostre

Le buone maniere del mondo dell’arte: una mostra “conviviale” da Barbati Gallery

Fino al 14 febbraio, “Table Manners”, a cura di Pia Sophie Ottes, trasforma uno spazio virtuale per il dialogo tra…

24 Gennaio 2026 0:02
  • Arte contemporanea

Vivere insieme è un affare incompiuto: come sarà il Padiglione Svizzero alla Biennale 2026

Alla Biennale di Venezia, il Padiglione della Svizzera presenterà il lavoro di Nina Wakeford, per una riflessione su come viene…

23 Gennaio 2026 19:30
  • Arte contemporanea

Un ex complesso industriale in Toscana diventa centro per le arti: nasce Polytropon

A Pelago, a pochi chilometri da Firenze, apre Polytropon Arts Centre, un nuovo polo multidisciplinare negli spazi di un ex…

23 Gennaio 2026 18:14
  • Attualità

Pochi promossi e molte polemiche: cosa è successo al concorso per Guide Turistiche

Il test nazionale per l’abilitazione delle guide turistiche ha registrato una percentuale di idonei sotto il 2%, sollevando interrogativi e…

23 Gennaio 2026 16:59
  • Beni culturali

A Roma una mostra racconta i processi dietro la valorizzazione del patrimonio

Tra fotografia, ricerca scientifica e dispositivi digitali, Beyond Heritage porta al Museo di Roma i dietro le quinte della tutela…

23 Gennaio 2026 16:33
  • Progetti e iniziative

Antri Visivi: a Torino, un nuovo palinsesto dedicato alle arti visive emergenti

Collettive, personali e un festival di performance: Antri Visivi segna l’ingresso strutturato delle arti visive nella programmazione di Antro, spazio…

23 Gennaio 2026 14:58