Bergamo città aperta. Dagli artisti

di - 15 Maggio 2015
Prima di entrare nel vivo dell’intervento di Davide Bertocchi ed Heimo Zobernig alla Porta di Sant’Alessandro di Bergamo, per Contemporary Locus 7, è forse d’obbligo raccontare qualcosa di questa area di città, e del luogo che ospita questa nuova incursione di contemporaneo nella storia.
Ultimo avamposto della Repubblica di Venezia, Bergamo alla fine del ‘500 godeva di grande rappresentanza anche per il suo essere territorio di confine, a due passi da Milano, e di passaggio per le vie del Nord. Venezia, già in lento declino, bisognosa di un rincaro simbolico del suo potere, fece murare la parte collinare di Bergamo, determinando una frattura nella percezione dei cittadini, che ancora oggi è presente. La zona alta nacque includendo quattro borghi, e lasciando aperte lo stesso numero di porte. Porta Sant’Alessandro è una di queste, sorta dallo sfondamento di un vecchio abitato e dalla demolizione di una Basilica Paleocristiana dedicata al patrono della città.
Zona di botteghe, con uno storico ciabattino sopravvissuto fino a sessant’anni fa, mercato dei greggi e del latte, ma soprattutto luogo di ritrovo per entrare nella città medioevale, la Porta ha svolto funzione daziale fino alla soglia degli anni Cinquanta, e poi venne definitivamente chiusa nel 1953.
Quando si butta la via la chiave, in questi casi, succede che ci si dimentichi un luogo, e così è accaduto, con il risultato che mai nessuno – da allora – era risalito al piano superiore della struttura.

«Volevo un intervento che riuscisse a mantenere la vastità di un luogo dalla funzione persa, di cui nessuno oggi sospetterebbe nemmeno più. Da qui la scelta di chiamare Zobernig, per la sua capacità di trasformare gli spazi, e Bertocchi per i focus che da sempre corrispondono al suo lavoro: la scienza e la musica, e quindi la capacità di creare un’architettura sonora senza riempire fisicamente il luogo», spiega Paola Tognon, ideatrice e curatrice di Contempory Locus.
E così i due artisti, in maniera differente, hanno usato lo spazio del primo piano della porta (a cui si accede per una ripida scala) come una cassa armonica, come una camera di respiro.
Le sfere rosso rubino che Heimo Zobernig ha fatto soffiare dai Mastri vetrai a Murano sono della dimensione massima consentita dalla capacità polmonare del soffiatore e, inevitabilmente, di dimensione. Oltre questa iniezione d’aria e grandezza, c’è solo la frattura. Inoltre c’è da specificare che questo tono di rosso è il più difficile da mettere in forma; se non è a regola d’arte vira al nero, al verde, al violaceo. Le sfere di Zobernig invece sono perfette, e appaiono in questi antichi “uffici” come presenze che hanno dalla loro il mistero e la bellezza di un’antica tecnica che dialoga a distanza con la storia, la sua origine e, perché no, anche con l’idea del commercio che ha contraddistinto da sempre la repubblica veneziana e questa parte di Bergamo. Un respiro inglobante, a lungo raggio, dove le sfere sono lanterne o vedette, alternativamente se le si guarda di giorno di notte.

Il “concerto” di Davide Bertocchi si attiva invece al passaggio delle persone, aleatorio, e dove il pubblico è inconsapevole di ridare vita, con il semplice esserci, a uno spazio “superiore”, esattamente sopra la propria testa, misconosciuto. E che forse nemmeno gli stessi “innescatori” vedranno mai.
È una pratica non esibita, nata pensando a quella che fu proprio l’ex Basilica dedicata a Sant’Alessandro: Bertocchi, a Bergamo, è andato alla ricerca della chiesa di rappresentanza della città (che non è il Duomo, ma Santa Maria Maggiore) e vi ha trovato uno dei più grandi organi d’Italia, con 5mila canne: è da qui che arriva la “colonna sonora-architettonica”, composta da 800 semplici note, accordi, fraseggi, messe insieme da un ingegnere del suono che ha predisposto l’attivazione nell’arco sottostante, rendendo l’accesso alla città una Polyphonic Door, con le combinazioni sonore che si propagano random nell’ambiente, ricongiungendo la storia di ieri e oggi. Una partitura a singhiozzi, con pause più o meno lunghe di silenzio, in base alla frequenza dei transiti. È la vita che accade, che muove i rumori.
È il respiro, collettivo e individuale, che rende quest’opera variabile su uno spartito pressoché infinito, così come è infinito lo spettro della luce che invade l’ambiente e che si pone come un’altra chiave di lettura per un intervento unico e che fa della sua temporalità – ancora una volta – un punto di forza per ritrovare la città. La mattina del 16, queste caratteristiche di Polyphonic Door saranno esaltate dall’azione performativa di Bertocchi che, con il musicista Federico Truzzi e grazie a una marcata interazione col pubblico, trasformerà la sua installazione in un gigantesco strumento musicale: Sound the Door. Appuntamento alle ore 10.30 fino alle 11.30.

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